1928 – 2026Islam politicoStati sponsorEuropa

Il lungo secolo islamista

Un secolo di islam politico, i suoi finanziatori statali, i suoi metodi europei. E l’inventario — poco confortante — dei diritti che l’Europa ha già ceduto senza che nessuno firmasse una resa.

Premessa

L’illusione dell’irreversibilità

Chi in Europa è nato dopo il 1970 ha ereditato un elenco di diritti che tratta come lo stato naturale delle cose. Una donna che decide da sola della propria vita. Un cittadino che può abbandonare la religione dei padri senza pagarne un prezzo. Un giornale che può deridere un profeta. Due uomini che possono sposarsi. Un insegnante che può spiegare l’evoluzione e la Shoah senza negoziare con le famiglie.

Nessuna di queste cose è antica, e nessuna è stata regalata. In Italia l’adulterio è rimasto reato per la sola moglie fino al 1968, il divorzio è del 1970, il nuovo diritto di famiglia del 1975, e l’attenuante del delitto d’onore è stata cancellata dal codice penale soltanto nel 1981. Nel Regno Unito l’omosessualità è stata reato fino al 1967, in Scozia fino al 1980. Le francesi hanno votato per la prima volta nel 1945. Sono conquiste di una o due generazioni, strappate a un’autorità religiosa che le combatteva punto per punto: chi ha più di sessant’anni le ricorda una per una, chi ne ha trenta stenta a credere che ci sia mai stato bisogno di combatterle.

L’errore europeo non è la tolleranza. È l’assunto che quelle conquiste siano ormai irreversibili: che appartengano alla direzione della storia e non ai rapporti di forza. È un assunto privo di qualunque fondamento storico. I diritti si perdono esattamente come si ottengono, e di norma più in fretta.

Esiste un progetto politico, nato nel 1928, che contesta punto per punto ciascuno di quei diritti — non per conservatorismo diffuso, ma per dottrina esplicita e messa per iscritto. Dispone di Stati che lo finanziano, di reti europee che ne applicano il metodo, e di un consenso che le indagini disponibili misurano in decine di punti percentuali — più alto fra i giovani che fra i loro padri, che è l’esatto contrario di quanto l’Europa si aspettava. E arriva in un continente che ha dimenticato perché quelle battaglie furono combattute.

Due errori speculari

Il dibattito su tutto questo è ostaggio di due deformazioni opposte. La prima è la negazione: non esiste alcun problema, e descriverlo è già sospetto. È l’errore che a Rotherham è costato millequattrocento bambine. La seconda è l’inflazione: un piano coordinato, un blocco compatto, una sostituzione demografica in corso. È l’errore che ha prodotto Christchurch — e che regala a chi nega l’alibi perfetto, perché consente di liquidare ogni allarme fondato citando il più assurdo.

Le due deformazioni si alimentano a vicenda da vent’anni, e insieme hanno ottenuto un risultato notevole: rendere quasi impossibile dire ad alta voce ciò che è documentato.

Di che cosa si parla, esattamente

Questo articolo riguarda un progetto politico e un insieme di norme illiberali con un consenso misurabile. Non riguarda una fede, e la distinzione non è una cautela diplomatica: è imposta dai dati. Nella stessa indagine internazionale, il sostegno alla sharia come legge dello Stato passa dal 99% dell’Afghanistan al 12% della Turchia e al 10% del Kazakistan. Stesso libro, stesso profeta, esiti opposti. Ciò che varia non è la religione: sono la politica, la scuola e l’architettura dello Stato.

Questo ha due implicazioni, ed entrambe contano. La prima è che il problema è affrontabile, perché nulla in esso è un destino. La seconda è che chi lo dichiara insolubile per natura si condanna all’impotenza, e per giunta compatta contro di sé anche quella larga maggioranza di musulmani europei che in questa storia non ha alcun ruolo — e che è l’unico alleato disponibile con un interesse diretto a vincerla.

Ciò che segue è la ricostruzione di quel progetto: da dove viene, chi lo paga, come opera, quanto è largo il suo consenso, che cosa ha già ottenuto in Europa, e che cosa lo ha fermato là dove è stato fermato. Dove una cifra è stimata o contestata, il testo lo dice: le controversie non sono un fastidio da nascondere, sono parte del quadro.

01

Sei parole che non sono sinonimi

La confusione terminologica non è un dettaglio accademico: è ciò che rende gran parte del dibattito pubblico letteralmente privo di oggetto. Chi discute di “islam” quando parla di islamismo, o di “salafismo” quando parla dei Fratelli Musulmani, sta descrivendo un fenomeno che non esiste.

TermineSignificato precisoOrdini di grandezza e note
IslamReligione. Un corpus di fede e pratica, con quattordici secoli di scuole giuridiche, correnti mistiche e interpretazioni divergenti.Circa 1,9–2 miliardi di fedeli. Non è un attore politico e non ha un centro decisionale: nel sunnismo non esiste un clero gerarchico né un’autorità dottrinale unica.
IslamismoIdeologia politica secondo cui l’islam deve essere il principio ordinatore dello Stato e del diritto. È un prodotto del Novecento, coetaneo di fascismo e comunismo, non un ritorno al medioevo.Nasce nel 1928. Usa categorie moderne: partito, avanguardia, mobilitazione di massa, ingegneria sociale.
SalafismoCorrente teologica che pretende di tornare alla pratica dei salaf, i primi tre secoli. Rifiuta le scuole giuridiche successive e il sufismo.Si divide in tre rami (tassonomia di Quintan Wiktorowicz, 2006): quietista, apolitico e obbediente al potere; haraki, politico; jihadista. I tre si combattono tra loro.
WahhabismoForma settecentesca e nagiadina del salafismo, dottrina di Stato dell’Arabia Saudita.È salafismo, ma non tutto il salafismo è wahhabita. I diretti interessati rifiutano il termine, che considerano dispregiativo.
JihadismoRamo rivoluzionario armato: la violenza come strumento primario e obbligo individuale.È una minoranza minuscola anche all’interno dell’islamismo, e i suoi bersagli principali sono altri musulmani.
FrerismoDal francese frérisme: la strategia dei Fratelli Musulmani in Occidente. Conquista graduale, legale e istituzionale, esplicitamente non violenta.È entrato nel lessico ufficiale francese con il rapporto governativo del maggio 2025. È la categoria più pertinente al caso europeo.

Due distinzioni con conseguenze politiche

Islam e islamismo non sono la stessa cosa. La precisazione non è una cautela di cortesia: ha effetti misurabili. Un’azione politica rivolta all’islam in quanto tale compatta un miliardo e ottocento milioni di persone, e in Europa i circa cinque milioni che sarebbero i primi interessati a contrastare l’islamismo. Un’azione politica rivolta all’islamismo lo separa dai musulmani ordinari — ed è esattamente ciò che i movimenti islamisti temono, perché la loro pretesa fondativa è di parlare a nome di tutti i musulmani. La confusione fra i due termini è il più grande favore che l’Europa possa fare loro.

Salafismo e frerismo sono progetti rivali. Il salafita vuole purificare il credo individuale e in larga parte disprezza la politica; il fratello musulmano vuole conquistare le istituzioni e considera il salafita un ingenuo. Arabia Saudita e Qatar hanno finanziato correnti opposte, e nel 2017 sono arrivate a un blocco economico proprio su questa frattura. L’affermazione ricorrente secondo cui Qatar e Turchia finanzierebbero il salafismo inverte i termini: finanziano i Fratelli Musulmani, che del salafismo sono i competitori.

02

La ferita d’origine (1798–1924)

L’islamismo non nasce dall’eccesso di fede, ma dallo shock della sconfitta. È una risposta politica a un trauma preciso: la scoperta che il mondo musulmano, per un millennio convinto della propria superiorità, era diventato militarmente e tecnologicamente irrilevante.

  • 1798Napoleone sbarca in Egitto. Il cuore del mondo arabo viene occupato in tre settimane da una potenza europea. Gli storici arabi fanno cominciare da qui l’epoca moderna, e lo choc è intellettuale prima che militare.
  • 1839–1876Tanzimat ottomani. L’Impero tenta di modernizzarsi imitando l’Europa: codici civili, uguaglianza dei sudditi non musulmani, esercito di leva. Genera una reazione conservatrice che accusa la modernizzazione di essere resa culturale.
  • 1867Fondazione della madrasa di Deoband in India, dieci anni dopo la repressione britannica del 1857. Nasce la corrente deobandi: rigorismo, rete di scuole autofinanziate, indipendenza dal potere coloniale. Da questa linea genealogica usciranno, un secolo dopo, i talebani.
  • 1870–1905Il riformismo modernista. Jamal al-Din al-Afghani (1838–1897) e Muhammad Abduh (1849–1905, gran mufti d’Egitto dal 1899) sostengono che l’islam è compatibile con scienza e ragione e che la decadenza deriva dall’imitazione cieca della tradizione. È un progetto liberale.
  • 1898–1935La torsione di Rashid Rida. Allievo di Abduh, fonda la rivista al-Manar. Dopo la Grande Guerra vira dal riformismo liberale al rigorismo, ammira il nascente Stato saudita e teorizza la restaurazione del califfato. Rida è il ponte fra modernismo e fondamentalismo novecentesco: dalla stessa scuola escono due esiti opposti.
  • 1 nov 1922Abolizione del sultanato ottomano.
  • 3 mar 1924Abolizione del califfato da parte della Grande Assemblea Nazionale turca. Per la prima volta dal VII secolo il mondo sunnita non dispone di alcuna autorità simbolica universale. È il trauma fondativo dell’islamismo sunnita: ogni movimento successivo è una risposta a quel vuoto.
Una coincidenza che non è tale

Lo stesso 3 marzo 1924 in cui abolisce il califfato, Atatürk istituisce la Diyanet, la Presidenza per gli Affari Religiosi. Non separa lo Stato dalla religione: la nazionalizza, ponendola sotto controllo statale. Un secolo dopo quella stessa istituzione — oggi con circa 150.000 dipendenti e un bilancio superiore a quello di diversi ministeri — è il principale strumento di proiezione religiosa turca in Europa. La laicità kemalista ha costruito la macchina che Erdoğan utilizza oggi.

03

I Fratelli Musulmani: l’invenzione dell’islamismo

Tutto ciò che segue discende da qui. La Fratellanza è l’organizzazione che trasforma una religione in un progetto politico moderno e che ne fornisce a tutti gli altri il modello organizzativo.

Fondazione e modello, 1928–1949

Nel marzo 1928, a Ismaïlia — città della zona del Canale di Suez dove i dirigenti britannici della Compagnia vivevano in quartieri separati dagli operai egiziani — il maestro elementare Hassan al-Banna (1906–1949), ventiduenne, fonda con sei operai la Jama‘at al-Ikhwan al-Muslimin.

L’innovazione non è teologica: al-Banna non è un grande dotto e non produce dottrina originale. L’innovazione è organizzativa. La Fratellanza non è un partito né una confraternita: è una struttura totale che accompagna il militante dalla nascita alla morte. Moschee, scuole, cliniche, cooperative, palestre, squadre di calcio, scout (i Jawwala, dal 1935), casse di mutuo soccorso, imprese. Lo Stato egiziano non forniva nulla di tutto ciò: la Fratellanza occupa il vuoto e ne ricava legittimità. Ogni movimento islamista successivo, da Hamas a Hezbollah, replicherà questo schema.

Dio è il nostro fine, il Profeta il nostro capo, il Corano la nostra costituzione, il jihad la nostra via, la morte per Dio la nostra più alta aspirazione.Motto ufficiale dei Fratelli Musulmani, tuttora in uso

La crescita è esplosiva: da poche centinaia di aderenti a metà anni Trenta a una cifra compresa fra le 500.000 e i 2 milioni alla fine degli anni Quaranta — stime molto divergenti e in larga parte auto-dichiarate. La rivolta araba in Palestina del 1936–39 fornisce la causa internazionale che internazionalizza il movimento.

Nel 1940 nasce l’apparato segreto (al-nizam al-khass): una struttura militare clandestina. La doppiezza — predicazione pubblica e violenza organizzata — è dunque presente fin dall’origine, ed è il nodo che l’organizzazione non ha mai sciolto. Il 28 dicembre 1948 un affiliato assassina il primo ministro egiziano Mahmud al-Nuqrashi; il 12 febbraio 1949 al-Banna è ucciso al Cairo, quasi certamente dalla polizia politica.

Sayyid Qutb e la biforcazione, 1954–1966

Dopo un’iniziale alleanza con i Liberi Ufficiali di Nasser nel 1952, la rottura è totale: il 26 ottobre 1954 un attentato a Nasser ad Alessandria innesca una repressione di massa — migliaia di arresti, torture sistematiche, sei impiccagioni.

In carcere Sayyid Qutb (1906–1966) scrive l’opera che riscrive l’islamismo. Qutb era stato negli Stati Uniti fra il 1948 e il 1950, soprattutto a Greeley in Colorado, e ne era tornato con un disgusto profondo per la società occidentale. Il suo Ma‘alim fi al-Tariq (“Pietre miliari”, 1964) introduce tre concetti che costituiscono la matrice di tutto il jihadismo successivo:

  • Jahiliyya — il termine coranico per l’ignoranza pre-islamica viene applicato al presente, e non solo all’Occidente: anche le società formalmente musulmane sono in stato di jahiliyya. Questo apre la porta al takfir, la scomunica di altri musulmani, e quindi alla liceità di combatterli.
  • Hakimiyya — la sovranità appartiene solo a Dio. Corollario diretto: la democrazia, in cui la sovranità appartiene al popolo, è una forma di idolatria.
  • L’avanguardia — una minoranza cosciente che si separa dalla società corrotta e la rigenera. È una categoria leninista, e non per caso.

Qutb è impiccato il 29 agosto 1966. Il movimento si biforca.

Il ramo maggioritario rifiuta il takfir — il documento ufficiale è Du‘at la qudat, “Predicatori, non giudici”, attribuito alla guida Hasan al-Hudaybi, 1969 — e sceglie il gradualismo: elezioni, sindacati, ordini professionali, società civile. Questo ramo arriverà al potere in Egitto nel 2012, ed è quello che opera in Europa.

Il ramo qutbista sceglie la lotta armata: al-Jihad al-Islami di Muhammad Abd al-Salam Faraj, il cui opuscolo Al-Farida al-gha’iba (“L’obbligo assente”, 1981) teorizza il jihad come sesto pilastro dell’islam e prepara l’assassinio di Sadat il 6 ottobre 1981. Da qui, attraverso l’Afghanistan, si arriva ad al-Qaeda.

Controversia aperta

Il rapporto fra Fratellanza gradualista e jihadismo è il punto più discusso della letteratura, e le posizioni sono tre. La prima: la Fratellanza funziona da argine, perché canalizza il malcontento nella politica legale — è stata la tesi di gran parte della diplomazia occidentale fino al 2013. La seconda: è un incubatore, perché fornisce la cornice ideologica — sovranità divina, società corrotta, avanguardia — dalla quale il salto alla violenza è breve; è la posizione di Gilles Kepel e della maggioranza degli ex membri. La terza: è un progetto distinto, con obiettivi di lungo periodo e mezzi legali, che va analizzato come tale e non confuso con il terrorismo; è la posizione di Lorenzo Vidino, ed è quella che regge meglio all’evidenza empirica disponibile.

La diaspora del Golfo: l’innesto che cambia tutto

È il passaggio più sottovalutato dell’intera vicenda. La repressione nasseriana degli anni Cinquanta e Sessanta spinge migliaia di quadri della Fratellanza — laureati, insegnanti, ingegneri, medici, in un mondo arabo dove i laureati erano rarissimi — verso Arabia Saudita, Kuwait, Qatar, Giordania. Riad li accoglie volentieri: sono anticomunisti, antinasseriani e istruiti, e servono a popolare le scuole e le università di nuova fondazione.

L’esito è un ibrido. La teologia wahhabita, di per sé quietista e obbediente al sovrano, si innesta sull’organizzazione politica della Fratellanza. Il prodotto è la Sahwa (“Risveglio”), il movimento che negli anni Ottanta e Novanta forma un’intera generazione saudita e produce, fra gli altri, Osama bin Laden: studente alla King Abdulaziz University di Gedda, ebbe fra i propri docenti Muhammad Qutb — fratello di Sayyid, rifugiatosi in Arabia Saudita e curatore delle sue opere — e Abdullah Azzam.

La sintesi

Il jihadismo globale non è un prodotto puro né della Fratellanza né del wahhabismo, ma della loro ibridazione forzata, resa possibile da una repressione laica e nazionalista e finanziata da una monarchia alleata dell’Occidente in funzione anticomunista.

L’arrivo in Europa, 1961–1997

  • anni ’50Primi nuclei a Monaco di Baviera attorno a ex soldati musulmani delle Ostlegionen tedesche, rimasti in Germania. L’intelligence americana si interessa a loro come possibile leva antisovietica: la vicenda è ricostruita da Ian Johnson in A Mosque in Munich (2010) su documenti declassificati.
  • 1961Said Ramadan (1926–1995), genero di al-Banna ed esule, fonda il Centro Islamico di Ginevra ed è figura centrale nel progetto della moschea di Monaco, completata nel 1973. È il punto d’innesto della Fratellanza in Europa occidentale. I suoi figli sono Hani e Tariq Ramadan.
  • 1962Said Ramadan è fra i partecipanti all’assemblea fondativa della Lega Musulmana Mondiale alla Mecca: fin dall’inizio il canale saudita e quello frerista si intrecciano.
  • 1989Nasce la Federazione delle Organizzazioni Islamiche in Europa (FIOE), poi con sede a Bruxelles, struttura-ombrello che coordina le federazioni nazionali di area frerista. Nel 2020 si ribattezza Muslim Forum of Europe.
  • 1996FEMYSO, forum delle organizzazioni giovanili e studentesche musulmane europee, Bruxelles: il ramo giovanile, interlocutore di istituzioni UE e Consiglio d’Europa e beneficiario di programmi europei.
  • 1997Consiglio europeo per la fatwa e la ricerca (ECFR), fondato a Londra, con sede a Dublino, presieduto fino al 2018 da Yusuf al-Qaradawi. Produce il diritto religioso “europeo” per la galassia frerista.

La giurisprudenza delle minoranze

Il fiqh al-aqalliyyat, elaborato negli anni Novanta da Taha Jabir al-Alwani e da Qaradawi, è il dispositivo teorico che regola la presenza musulmana in terra non musulmana. Sostituisce la vecchia dicotomia dar al-islam / dar al-harb con la nozione di dar al-da‘wa, “terra di predicazione”, e adatta le norme al contesto europeo.

Se ne danno due letture, entrambe difendibili. Nella prima è uno strumento di integrazione: rende teologicamente lecito vivere stabilmente da cittadini in una democrazia laica, cosa che il diritto classico non prevedeva. Nella seconda è uno strumento di separatezza: mantiene una normatività parallela, con autorità proprie, che rivendica giurisdizione sui musulmani europei accanto e talvolta contro il diritto dello Stato. Le due letture non si escludono — la stessa dottrina fa entrambe le cose, e il suo esito dipende dai rapporti di forza istituzionali che trova davanti.

Il memorandum Akram — documento autentico, portata contestata

Nel 1991 Mohamed Akram Adlouni redige un documento interno, An Explanatory Memorandum on the General Strategic Goal for the Group in North America, nel quale il lavoro dell’organizzazione è descritto come “una specie di grande jihad per eliminare e distruggere la civiltà occidentale dall’interno e ‘sabotare’ la sua miserabile casa con le loro stesse mani”. Il testo è stato acquisito dall’FBI e prodotto come prova al processo Holy Land Foundation (Dallas, 2007–2008).

Il documento è autentico e la citazione è esatta. Si tratta però del testo di un singolo autore, mai formalmente adottato come politica dell’organizzazione, e numerosi studiosi ne contestano la rappresentatività. Ciò che documenta con certezza è il modo in cui una parte della dirigenza nordamericana concepiva la propria missione all’inizio degli anni Novanta; ciò che non documenta è l’esistenza di un piano condiviso e operativo.

Le valutazioni ufficiali degli Stati europei

  • Regno Unito, dicembre 2015: la Muslim Brotherhood Review guidata dall’ambasciatore John Jenkins conclude che l’appartenenza alla Fratellanza “è stata un possibile indicatore di estremismo” e che alcune sue posizioni sono contrarie ai valori britannici, ma non raccomanda la messa al bando.
  • Austria: dal 2020 finanzia un osservatorio sull’islam politico, la Dokumentationsstelle Politischer Islam, a sua volta accusata di stigmatizzazione.
  • Francia, 21 maggio 2025: un rapporto governativo sui Fratelli Musulmani e l’islamismo politico in Francia è presentato al Consiglio di difesa, con una mappatura di centinaia di luoghi e associazioni. È il primo documento di uno Stato europeo che tratta il frerismo come fenomeno strutturale e non come questione di ordine pubblico.
  • Svezia, 2017: il rapporto dell’agenzia per la protezione civile MSB, curato da Magnus Norell, viene di fatto ritirato dopo critiche metodologiche molto severe da parte di decine di accademici. Rimane il caso più noto di ricerca istituzionale su questo tema demolita dalla comunità scientifica.
04

Wahhabismo e petrodollari

Se la Fratellanza ha fornito l’organizzazione, l’Arabia Saudita ha fornito il denaro e la teologia rigorista. È il principale finanziatore della trasformazione dell’islam mondiale nel Novecento, per distacco e senza rivali vicini.

  • 1744Il patto di Dir‘iyya. Muhammad ibn Abd al-Wahhab (1703–1792), predicatore del Najd, stringe un’alleanza con il capo tribale Muhammad ibn Saud: al primo l’autorità religiosa, al secondo quella politica. Quel patto costituisce lo Stato saudita, e regge tuttora.
  • 1806 / 1925Distruzione delle tombe monumentali del cimitero di al-Baqi‘ a Medina. La lotta al culto dei santi e dei sepolcri, che il wahhabismo considera politeismo, si traduce in demolizione sistematica del patrimonio — una pratica che l’ISIS riprenderà alla lettera.
  • 23 set 1932Proclamazione del Regno dell’Arabia Saudita. Nel 1938 si scopre il petrolio.
  • 1961Università islamica di Medina. Progettata perché la grande maggioranza degli iscritti sia straniera, forma studenti che tornano nei rispettivi paesi come imam e docenti. Questa conduttura umana conta, nell’espansione, più del denaro stesso.
  • mag 1962Lega Musulmana Mondiale (Rabitat al-‘Alam al-Islami), fondata alla Mecca in funzione dichiaratamente anti-nasseriana: contrapporre la solidarietà islamica al panarabismo laico e socialista. Fra i partecipanti fondatori figurano esuli della Fratellanza.
  • ott 1973Embargo petrolifero. Il prezzo del greggio quadruplica. La rendita che ne deriva è la base materiale di tutto ciò che segue: senza il 1973 non esiste l’espansione wahhabita globale.

La scala del finanziamento

Le cifre complessive che circolano — 75, 90, 100 miliardi di dollari in tre decenni — risalgono in gran parte a una testimonianza resa al Senato statunitense nel 2003 e vanno intese come ordine di grandezza, non come misurazione.

Il dato verificabile

Il riferimento più solido è quello pubblicato dalla stessa monarchia saudita nella biografia ufficiale di re Fahd: il finanziamento di circa 1.500 moschee, 210 centri islamici, 202 college e circa 2.000 scuole in paesi a maggioranza non musulmana. È una cifra rivendicata come merito dalla fonte stessa.

L’effetto strutturale conta più della somma. In decenni di finanziamento, in decine di paesi — Bosnia, Kosovo, Bangladesh, Indonesia, Mali, Nigeria, lo stesso Egitto — l’islam locale, sincretico, sufi, legato ai santuari e alle confraternite, è stato marginalizzato a favore di una versione uniforme, testuale e rigorista, sostenuta da moschee finanziate, libri gratuiti, borse di studio e imam formati altrove. L’omologazione dell’islam mondiale è il vero prodotto dei petrodollari, e le prime vittime ne sono state le tradizioni musulmane locali.

Al canale saudita si affianca quello kuwaitiano, con enti come la Revival of Islamic Heritage Society, colpita da sanzioni ONU e statunitensi per finanziamento del terrorismo, e una fitta rete di donatori privati che per anni ha operato al di sotto della soglia statale.

L’inversione dopo il 2017

Chi indica oggi l’Arabia Saudita come principale responsabile al presente descrive una situazione superata. Sotto Mohammed bin Salman il rubinetto è stato in larga parte chiuso:

  • 2016: la polizia religiosa perde il potere di arresto; Mohammed al-Issa è posto alla guida della Lega Musulmana Mondiale, che vira verso il dialogo interreligioso — nel gennaio 2020 guida una delegazione musulmana ad Auschwitz.
  • giugno 2018: le donne possono guidare; seguono aperture su cinema, concerti, turismo.
  • 2019–2023: revisione dei manuali scolastici, con rimozione documentata di larga parte del materiale ostile a ebrei, cristiani e sciiti.
La natura del cambiamento

Non si tratta di liberalizzazione ma di modernizzazione autoritaria. Nello stesso periodo: la purga del novembre 2017 al Ritz-Carlton, la guerra in Yemen, l’omicidio di Jamal Khashoggi il 2 ottobre 2018, esecuzioni ai massimi storici. Il regime ha smesso di esportare wahhabismo perché il clero era diventato un potere concorrente in patria, non per una conversione ai valori liberali.

Il danno strutturale resta comunque: le reti formate in quarant’anni sono autonome, autofinanziate e non dipendono più da Riad per continuare a operare.

05

1979: l’anno che rifonda tutto

Nell’arco di dieci mesi tre eventi indipendenti riconfigurano l’intero mondo musulmano, e ciascuno amplifica gli effetti degli altri due.

  • 11 feb 1979Rivoluzione iraniana. Per la prima volta l’islamismo prende il potere in uno Stato importante, e lo fa contro un sovrano alleato degli Stati Uniti. Agli occhi di ogni islamista del mondo è la prova pratica che il progetto si può realizzare. Il fatto che sia sciita costringe l’Arabia Saudita sunnita a competere sul terreno della purezza islamica.
  • 20 nov 1979Presa della Grande Moschea della Mecca. Centinaia di uomini armati guidati da Juhayman al-‘Utaybi occupano il luogo più sacro dell’islam, accusando i Saud di corruzione e di collusione con l’Occidente. Due settimane d’assedio, centinaia di morti. La monarchia scopre di essere vulnerabile dal proprio fianco religioso, e reagisce concedendo al clero più potere in patria e più denaro all’estero.
  • 24–27 dic 1979Invasione sovietica dell’Afghanistan. Fornisce un campo di battaglia legittimo, una causa mobilitante e, elemento decisivo, lo sponsor occidentale.
La conseguenza sistemica

Il 1979 crea il mercato competitivo dell’islamismo: Riad e Teheran cominciano a contendersi la leadership del mondo musulmano finanziando ciascuna la propria rete globale. La quasi totalità dei conflitti mediorientali dei quarantacinque anni successivi — Libano, Iraq, Siria, Yemen, Bahrein — è leggibile come episodio di questa competizione. Ed è una competizione, non un blocco: è il dato che rende insostenibile ogni ipotesi di un disegno islamico unitario.

06

L’islamismo sciita e la rete iraniana

Un binario separato, spesso trascurato nel dibattito europeo, che ha però prodotto il provvedimento di chiusura più netto mai adottato da uno Stato europeo.

La dottrina è il velayat-e faqih, il “governo del giurista”, esposta da Khomeini nelle lezioni di Najaf del 1970: in assenza dell’Imam occulto, il potere politico spetta ai dotti religiosi. È una rottura radicale con la tradizione sciita quietista, e infatti la maggioranza del clero sciita — a partire dalla scuola di Najaf e da Ali al-Sistani — non l’ha mai accettata.

L’articolo 154 della costituzione iraniana del 1979 codifica il sostegno agli “oppressi” ovunque nel mondo: è la base giuridica dell’esportazione. Lo strumento operativo è la Forza Quds dei Guardiani della Rivoluzione.

  • Hezbollah: si forma nel 1982 dopo l’invasione israeliana del Libano, con manifesto pubblico nel 1985. Milizia, partito, welfare e televisione nella stessa struttura: il modello verrà poi esportato ovunque.
  • Iraq: Brigate Badr dal 1982, poi le Hashd al-Sha‘bi dal 2014, oggi parte formale dell’apparato statale iracheno.
  • Yemen: gli Houthi (Ansar Allah), zaiditi, allineati a Teheran dagli anni Duemila.
Il precedente di Amburgo

Il Centro Islamico di Amburgo, la Moschea Blu, fondato nel 1953 da mercanti iraniani e passato sotto il controllo di Teheran dopo il 1979, è stato vietato dal governo federale tedesco il 24 luglio 2024 come avamposto dei Guardiani della Rivoluzione e di Hezbollah, con perquisizioni in cinque Länder e scioglimento delle organizzazioni collegate. È il precedente che dimostra come uno Stato di diritto possa chiudere un’istituzione religiosa quando ne accerta la natura di braccio di una potenza straniera, senza ricorrere ad alcuna legge d’eccezione.

07

Il jihadismo: dall’Afghanistan al Sahel

Il ramo più visibile e, per il futuro dell’Europa, il meno rilevante sul piano strategico. Le sue origini imbarazzano tutti gli attori coinvolti, e i suoi numeri smentiscono la retorica dello scontro di civiltà.

La fabbrica afghana, 1979–1992

Abdullah Azzam (1941–1989), palestinese, membro dei Fratelli Musulmani, dottorato ad al-Azhar, è l’ideologo del jihad transnazionale: la sua fatwa Difesa delle terre musulmane (1984) stabilisce che quando una terra musulmana è invasa il jihad diventa obbligo individuale per ogni musulmano del mondo. Nel 1984 fonda a Peshawar il Maktab al-Khidamat, l’ufficio che recluta e smista i volontari arabi, finanziato dal giovane Osama bin Laden.

Operazione Cyclone

Dal 1979 al 1992 gli Stati Uniti finanziano segretamente i mujahidin afghani per una cifra dell’ordine di 2–3 miliardi di dollari, eguagliata dollaro su dollaro dall’Arabia Saudita. I fondi transitano dai servizi pakistani, l’ISI, che li indirizzano preferenzialmente ai comandanti più islamisti — in particolare Gulbuddin Hekmatyar — a scapito di quelli moderati o nazionalisti.

L’infrastruttura del jihadismo globale è stata dunque costruita in funzione anticomunista, con denaro occidentale e saudita. Non è un dettaglio polemico: è ciò che spiega perché il jihadismo è cresciuto esattamente dove il nazionalismo laico e la sinistra araba erano stati distrutti.

Al-Qaeda nasce a Peshawar nell’agosto 1988. Azzam è ucciso in un attentato mai chiarito il 24 novembre 1989; bin Laden e Ayman al-Zawahiri, egiziano proveniente dal jihad qutbista, ne prendono il controllo e riorientano il bersaglio dal “nemico vicino”, i regimi arabi, al “nemico lontano”, Stati Uniti e Occidente.

Il ritorno: gli anni Novanta

  • 1991–92Algeria. Il FIS vince il primo turno delle legislative il 26 dicembre 1991; l’esercito annulla il processo elettorale l’11 gennaio 1992. Segue una guerra civile decennale con 150.000–200.000 morti, i massacri di villaggi del 1997–98 — Raïs, Bentalha — e l’esportazione in Francia: dirottamento dell’Air France 8969 nel dicembre 1994, attentati nella metropolitana di Parigi nel 1995. Per l’Europa è il primo trauma jihadista; le vittime, quasi tutte, sono musulmane.
  • 1997Egitto: massacro di Luxor, 17 novembre, 62 morti in gran parte turisti stranieri. Distrugge il turismo egiziano e con esso il consenso alla Gama‘a Islamiyya, che poco dopo rinuncia formalmente alla violenza.
  • 1998–2001Fatwa del “Fronte islamico mondiale” nel febbraio 1998; attentati alle ambasciate statunitensi in Kenya e Tanzania il 7 agosto 1998, con 224 morti quasi tutti africani; 11 settembre 2001.

Da al-Qaeda all’ISIS

L’invasione dell’Iraq del marzo 2003 è il moltiplicatore decisivo: lo smantellamento dell’esercito e del partito Baath, con gli ordini della CPA del maggio 2003, crea un vuoto di potere e una massa di quadri militari sunniti disoccupati e umiliati che diventeranno l’ossatura militare dell’ISIS. Abu Mus‘ab al-Zarqawi fonda al-Qaeda in Iraq nel 2004 e introduce la strategia della guerra settaria contro gli sciiti. Dallo Stato Islamico dell’Iraq (2006) alla guerra siriana, fino alla proclamazione del califfato a Mosul il 29 giugno 2014.

Il picco è breve: Mosul viene riconquistata nel luglio 2017, l’ultima sacca di Baghuz cade nel marzo 2019, al-Baghdadi è ucciso nell’ottobre 2019. In quei cinque anni il cristianesimo della Piana di Ninive viene praticamente estinto: i cristiani iracheni erano circa 1,4 milioni nel 2003, oggi sono stimati fra 150.000 e 250.000.

Gli attentati in Europa

  • 11 mar 2004Madrid, treni di pendolari: 193 morti.
  • 7 lug 2005Londra, metropolitana e autobus: 52 morti. Gli attentatori sono nati e cresciuti in Gran Bretagna.
  • 7 gen 2015Parigi, Charlie Hebdo e Hyper Cacher: 17 morti complessivi.
  • 13 nov 2015Parigi, Bataclan e Stade de France: 130 morti.
  • 22 mar 2016Bruxelles, aeroporto e metropolitana: 32 morti.
  • 14 lug 2016Nizza, Promenade des Anglais: 86 morti.
  • 19 dic 2016Berlino, mercatino di Natale: 12 morti.
  • 22 mag 2017Manchester Arena: 22 morti, molti adolescenti.
  • 16 ott 2020Decapitazione del professore Samuel Paty a Conflans-Sainte-Honorine, al termine di una campagna online originata da una falsa testimonianza di una studentessa e amplificata da attivisti e da un predicatore. È il caso che illustra con maggiore chiarezza la catena che va dalla denuncia di “islamofobia” alla mobilitazione in rete fino all’omicidio.
  • 29 ott / 2 nov 2020Basilica di Nizza, 3 morti; Vienna, 4 morti.

Dove si trova oggi il baricentro

Non in Europa e non in Medio Oriente, ma nel Sahel. JNIM, affiliato ad al-Qaeda e formato nel marzo 2017, e lo Stato Islamico nel Grande Sahara controllano o contendono vaste porzioni di Mali, Burkina Faso e Niger. Da diversi anni il Sahel concentra la quota maggiore delle vittime del terrorismo mondiale, con il Burkina Faso stabilmente in cima all’indice globale.

Da dove viene il denaro

Il finanziamento del jihadismo saheliano non proviene dal Golfo: proviene da riscatti per sequestri, oro artigianale, contrabbando di carburante e sigarette, furto di bestiame e tassazione dei traffici locali. Un’inchiesta del New York Times del 2014 stimò che i governi europei avessero versato ad al-Qaeda nel Maghreb islamico oltre 125 milioni di dollari in riscatti fra il 2008 e il 2014. La Turchia, nella regione, vende droni ai governi che combattono i jihadisti.

La geografia reale delle vittime

La stragrande maggioranza delle vittime del jihadismo è musulmana. Uno studio del Combating Terrorism Center di West Point sui documenti di al-Qaeda calcolò che fra il 2004 e il 2008 circa l’85% delle vittime dell’organizzazione fossero musulmani; per gli anni successivi la quota è ancora più alta, dato che i teatri principali sono Iraq, Siria, Somalia, Nigeria, Afghanistan e Sahel. La rappresentazione del jihadismo come guerra dell’islam contro l’Occidente coincide con l’autorappresentazione dei jihadisti stessi, e ignora i loro bersagli effettivi.

08

Turchia: lo Stato che esporta religione

L’attore più rilevante per l’Europa, perché è l’unico che opera direttamente sul territorio europeo attraverso una burocrazia statale, stipendia migliaia di funzionari religiosi in paesi dell’Unione e dispone di un elettorato di milioni di cittadini residenti in Europa.

Genealogia politica

  • 1969–1973Necmettin Erbakan (1926–2011) formula il Milli Görüş, “Visione Nazionale”: rifiuto dell’occidentalizzazione, industrializzazione autonoma, riferimento islamico, ostilità all’adesione europea, che definiva “un club cristiano”.
  • 1970–1998Ciclo dei partiti sciolti: MNP (1970, vietato l’anno successivo), MSP, Refah. Erbakan è primo ministro dal 28 giugno 1996 al 18 giugno 1997, rovesciato dal colpo di Stato postmoderno del 28 febbraio 1997: i militari ne impongono le dimissioni con un memorandum, senza carri armati. Refah è vietato nel gennaio 1998.
  • 1994–1999Recep Tayyip Erdoğan è eletto sindaco di Istanbul il 27 marzo 1994. Nel 1999 sconta quattro mesi di carcere per aver recitato in pubblico una poesia dal contenuto religioso, e ne esce come martire dell’establishment laico.
  • 14 ago 2001Fondazione dell’AKP, che si presenta come “democratico conservatore” e non islamista, rompendo con Erbakan. Vince le elezioni del 3 novembre 2002; Erdoğan è primo ministro dal marzo 2003 e presidente dall’agosto 2014.
  • 2001Ahmet Davutoğlu pubblica Profondità strategica: la Turchia vi è descritta come “paese centrale” con un entroterra storico-culturale coincidente con lo spazio ottomano. È il testo fondativo del cosiddetto neo-ottomanesimo; Davutoğlu ne sarà ministro degli Esteri e premier.
  • 2013L’anno della svolta. Proteste di Gezi in maggio e giugno; colpo di Stato contro Morsi in Egitto il 3 luglio, dopo il quale la Turchia diventa il rifugio principale dei Fratelli Musulmani egiziani e delle loro televisioni; rottura con la confraternita di Fethullah Gülen in dicembre.
  • 15 lug 2016Golpe fallito. Seguono una purga di decine di migliaia di persone e la securitizzazione della diaspora: le reti religiose all’estero diventano anche strumenti di sorveglianza.

Gli strumenti in Europa

StrumentoChe cos’èPortata
DiyanetPresidenza per gli Affari Religiosi, ministero di fatto. Nomina, forma e stipendia gli imam.Circa 150.000 dipendenti; bilancio superiore a quello di vari ministeri turchi.
DİTİBBraccio tedesco della Diyanet, fondato a Colonia nel 1984. Federazione di associazioni di moschea.Circa 900 moschee in Germania. Gli imam erano funzionari inviati e pagati da Ankara, con rotazione quadriennale.
Reti gemelleISN nei Paesi Bassi, CCMTF in Francia, ATİB e altre in Austria, con analoghe in Belgio, Danimarca, Svizzera.Lo stesso modello replicato in tutta l’Europa di insediamento turco.
Milli Görüş / IGMGRete autonoma di origine erbakaniana, storicamente più radicale e non statale.Per anni sotto osservazione degli uffici tedeschi per la tutela della Costituzione; oggi in parte normalizzata.
UID (ex UETD)Braccio politico dell’AKP all’estero: mobilitazione, comizi, organizzazione del voto.Circa 3 milioni di elettori turchi residenti all’estero, di cui circa 1,5 milioni in Germania.
MaarifFondazione statale creata nel 2016 per rilevare la rete scolastica gülenista nel mondo.Centinaia di scuole in decine di paesi.
TİKA / Yunus Emre / TRTCooperazione allo sviluppo, istituti di cultura, media.Restauro di moschee ottomane nei Balcani, corsi di lingua, fiction televisiva a diffusione globale.
Quattro episodi documentati

Colonia, 10 febbraio 2008. Erdoğan davanti a 16.000 turchi di Germania: “L’assimilazione è un crimine contro l’umanità”. Nella stessa occasione chiede scuole superiori e università in lingua turca in Germania.
2017. Imam della DİTİB ammettono di aver raccolto informazioni su presunti gülenisti e di averle trasmesse ad Ankara; la procura federale tedesca apre un’indagine. È l’episodio che ha rotto il consenso tedesco sul modello.
29 settembre 2018. Erdoğan inaugura personalmente la grande moschea centrale di Colonia.
24 luglio 2020. Santa Sofia, museo dal 1934, è riconvertita in moschea con decreto presidenziale. Atto puramente simbolico, ed è precisamente questo a renderlo significativo.

Gli obiettivi di Ankara

  1. Il primato del mondo sunnita, ereditando la funzione che fu ottomana e contendendola a sauditi ed egiziani. La competizione è interna all’islam; l’Europa ne è un teatro, non l’obiettivo.
  2. Il controllo della diaspora. Tre milioni di elettori sono una risorsa elettorale interna — l’AKP ottiene fra i turchi di Germania percentuali sistematicamente più alte che in patria — e insieme una leva sui governi europei. Il calcolo è trasparente: un turco tedesco integrato non vota AKP.
  3. La leva migratoria. L’accordo UE-Turchia del 18 marzo 2016, da 6 miliardi di euro, ha consegnato ad Ankara un rubinetto sul flusso verso l’Europa. L’ha aperto deliberatamente nel febbraio-marzo 2020 alla frontiera dell’Evros, spingendo migliaia di persone verso la Grecia per ottenere concessioni sulla Siria.
  4. La protezione del frerismo dopo il 2013, come asset regionale contro l’asse Riad–Abu Dhabi–Il Cairo.
Una precisazione necessaria

La Turchia non esporta salafismo e non esporta jihadismo. La teologia della Diyanet è hanafita-maturidita, statale, gerarchica ed esplicitamente ostile al salafismo, che considera una deviazione settaria e un veicolo di influenza saudita. Nei Balcani e in Africa occidentale la rete turca compete con quella del Golfo e in molti casi le fa da contrappeso.

Il problema turco è di natura diversa: è un problema di sovranità. Uno Stato terzo nomina e stipendia il clero di centinaia di migliaia di cittadini europei, ne organizza il voto, ne sorveglia i dissidenti e ne scoraggia esplicitamente l’integrazione. La questione si porrebbe negli stessi termini se l’attore fosse una Chiesa cristiana, ed è questo a renderla un problema europeo prima che religioso.

Sull’altro piatto della bilancia: la Turchia è membro della NATO dal 1952, secondo esercito dell’Alleanza, partner essenziale nella gestione migratoria e attore decisivo nel Mar Nero. Nessuna politica europea realistica può prescindere da questo, il che rende la leva praticabile non la rottura diplomatica ma la regolazione interna: se gli imam sono formati e retribuiti in Europa, la questione turca si sgonfia senza alcuno scontro con Ankara.

Ed è la strada effettivamente imboccata. Nel dicembre 2023 Germania e Turchia hanno concordato la cessazione progressiva dell’invio di imam, sostituiti da personale formato in Germania a partire da circa cento all’anno dal 2024, mentre l’Islamkolleg di Osnabrück, aperto nel 2021, forma imam di lingua tedesca. La Francia ha chiuso il sistema degli imam détachés — circa 300 religiosi inviati da Turchia, Algeria e Marocco — con effetto dal 1° gennaio 2024.

09

Qatar: l’emirato ubiquo

Uno Stato di circa 300.000 cittadini con la maggiore riserva di gas pro capite del mondo, che ha convertito la ricchezza in una strategia di sopravvivenza: rendersi indispensabile a tutti contemporaneamente.

  • 3 set 1971Indipendenza dal protettorato britannico.
  • 27 giu 1995Hamad bin Khalifa depone il padre con un colpo di palazzo e avvia la politica estera attivista.
  • 1 nov 1996Nasce Al Jazeera. Prima televisione panaraba non controllata da un governo arabo ostile al proprio pubblico: rompe il monopolio informativo dei regimi e diventa lo strumento di soft power più efficace mai costruito da un piccolo Stato.
  • 1961–2022Yusuf al-Qaradawi (1926–2022), egiziano dei Fratelli Musulmani, vive a Doha dal 1961. Dal 1996 conduce su Al Jazeera La sharia e la vita, con decine di milioni di spettatori. Presiede l’ECFR di Dublino e, dal 2004, l’Unione internazionale dei dotti musulmani. È il chierico sunnita più influente della sua epoca, e la sua base logistica è stata qatarina per sessant’anni.
  • 2011–2013Il Qatar punta tutto sulle Primavere arabe: armi e denaro alle brigate islamiste in Libia, sostegno alle opposizioni siriane, circa 8 miliardi di dollari all’Egitto di Morsi, appoggio a Ennahda in Tunisia. La scommessa fallisce quasi ovunque nel 2013.
  • 2012–2013L’ufficio politico di Hamas si trasferisce a Doha; nel giugno 2013 apre l’ufficio dei talebani, che nel febbraio 2020 ospiterà l’accordo di Doha con gli Stati Uniti.
  • 2017–2021Blocco del Qatar da parte di Arabia Saudita, Emirati, Bahrein ed Egitto, dal 5 giugno 2017 al 5 gennaio 2021, con tredici richieste fra cui la chiusura di Al Jazeera e la rottura con i Fratelli Musulmani. Si conclude con la dichiarazione di al-Ula: fallimento totale, nessuna richiesta accolta.
Qatar Papers

Nel 2019 i giornalisti francesi Christian Chesnot e Georges Malbrunot pubblicano documenti interni di Qatar Charity: circa 140 progetti finanziati in Europa per circa 72 milioni di euro — moschee, centri culturali, scuole, associazioni — in Francia, Italia, Germania, Regno Unito, Irlanda, Svizzera e altrove, in larga misura a beneficio di strutture riconducibili all’orbita dei Fratelli Musulmani. È la documentazione più solida esistente sul finanziamento qatarino in Europa. Doha ne contesta l’interpretazione, non l’autenticità.

Qatargate

Dicembre 2022: inchiesta della magistratura belga per corruzione al Parlamento europeo. Arresto della vicepresidente Eva Kaili, circa 1,5 milioni di euro in contanti sequestrati fra abitazioni e valigie, coinvolgimento di ex eurodeputati e di ONG. Il caso riguarda Qatar e Marocco, e non ha alcuna dimensione religiosa: è corruzione classica al servizio di un’operazione di influenza.

Che cosa vuole davvero Doha

Non l’islamizzazione dell’Europa. Il Qatar è uno Stato minuscolo incastrato fra due giganti che lo hanno già minacciato militarmente: la sua dottrina di sicurezza è l’ubiquità. Essere simultaneamente indispensabile a tutti significa che nessuno può permettersi di eliminarti.

Da qui un portafoglio solo apparentemente incoerente: ospita al-Udeid, il maggiore comando avanzato americano della regione con circa 10.000 militari statunitensi, ed è “major non-NATO ally” dal marzo 2022; ospita Hamas e i talebani; media in ogni negoziato regionale, dall’Afghanistan a Gaza; e possiede quote rilevanti dell’economia europea — circa il 17% dei diritti di voto in Volkswagen, partecipazioni in Glencore, Barclays, Credit Suisse poi confluita in UBS, Sainsbury’s, l’aeroporto di Heathrow, il Paris Saint-Germain, oltre a contratti di fornitura di GNL diventati critici dopo il 2022.

La conseguenza

Un’Europa destabilizzata è contraria all’interesse qatarino: significa un portafoglio azzerato e un mercato del gas in rovina. Doha vuole un’Europa ricca, stabile e influenzabile. È un obiettivo molto meno drammatico di quello che le viene attribuito, e proprio per questo più efficace.

Nota sulla fonte di una tesi ricorrente

La formula secondo cui Qatar e Turchia sarebbero i principali responsabili coincide con la linea ufficiale dell’asse Riad–Abu Dhabi–Il Cairo dal 2017. Può essere in parte fondata e restare al tempo stesso un’arma di posizionamento regionale, impiegata da attori con un passato considerevolmente più pesante da far dimenticare.

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Sauditi, Emirati e l’islam consolare del Maghreb

Emirati Arabi Uniti: l’anti-islamista che finanzia una teologia rigorista

Abu Dhabi è l’attore più ferocemente anti-islamista della regione: il 15 novembre 2014 ha classificato i Fratelli Musulmani come organizzazione terroristica, inserendo in un elenco di 83 sigle anche organizzazioni occidentali del tutto legali — una scelta così estensiva da essere criticata dagli stessi governi alleati. Finanzia il generale Haftar in Libia, ha sostenuto il governo di Sisi in Egitto con miliardi di dollari dopo il luglio 2013, e ha firmato gli Accordi di Abramo con Israele il 15 settembre 2020.

Contemporaneamente finanzia il salafismo madkhalita — corrente quietista che predica l’obbedienza assoluta al governante — come strumento di controllo religioso: le brigate madkhalite sono una componente riconosciuta delle forze di Haftar.

Che cosa mostra questo caso

Due cose insieme. Che non esiste un fronte islamico unitario, ma una guerra per l’egemonia in cui gli Stati musulmani si combattono ferocemente. E che perfino il Golfo cosiddetto moderato e filo-occidentale esporta teologia rigorista quando gli conviene politicamente.

Marocco e Algeria: l’errore strategico europeo

Il Maghreb non esporta islamismo militante in Europa: esporta islam di Stato. Il Marocco invia imam, finanzia moschee attraverso il ministero degli Habous e opera con la Rabita Mohammadia; l’Algeria ha storicamente controllato la Grande Moschea di Parigi, fondata nel 1926, e la sua rete.

Per decenni i governi europei — la Francia in testa — hanno incoraggiato questa presenza, perché sembrava il contrappeso moderato ideale contro Fratelli Musulmani e salafiti: uno Stato amico, controllabile per via diplomatica, che fornisce imam formati e non estremisti.

L’esito opposto

Il risultato non è stata l’integrazione ma l’istituzionalizzazione del controllo straniero sui musulmani europei. Cercando un islam moderato, gli Stati europei hanno delegato la vita religiosa di propri cittadini a tre potenze estere — Turchia, Algeria, Marocco — ciascuna con la propria agenda, impedendo la formazione di un islam nazionale, di lingua e cultura europea. Il tentativo francese di costruire un interlocutore unico, il CFCM creato da Sarkozy nel 2003, è collassato nel 2021–22 proprio sulle rivalità fra le federazioni consolari, ed è stato sostituito nel febbraio 2022 dal FORIF, costruito su base locale anziché nazionale.

È il punto in cui la responsabilità è interamente europea, ed è anche interamente reversibile.

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Il Levante: il laboratorio e il pretesto

Questa parte non è una digressione mediorientale. La causa palestinese è il motore di mobilitazione dell’islamismo europeo — l’unica questione capace di portare in piazza contemporaneamente fratelli musulmani, salafiti, sinistra radicale e adolescenti di terza generazione — ed è la fonte di legittimità che Ankara e Doha rivendicano per il proprio ruolo. Libano e Siria, dal canto loro, sono la dimostrazione empirica di che cosa accade a uno Stato quando accetta di convivere con una milizia armata che risponde a una potenza straniera. È una lezione che riguarda l’Europa più direttamente di quanto sembri.

Israele: l’unica democrazia della regione

L’affermazione è ripetuta così spesso da suonare come uno slogan, ed è invece verificabile su indicatori standard. Israele è l’unico paese del Medio Oriente classificato stabilmente come libero da Freedom House e come democrazia dall’indice dell’Economist Intelligence Unit. Attorno: monarchie assolute nel Golfo, regimi militari in Egitto e Algeria, teocrazia in Iran, Stati falliti in Libia, Yemen e Somalia. L’unica eccezione recente — la Tunisia fra il 2015 e il 2021 — è regredita dopo l’autogolpe del presidente Saied nel luglio 2021.

I contenuti concreti di quella classificazione:

  • Alternanza reale al governo, con cinque elezioni in quattro anni fra il 2019 e il 2022 e cambi di maggioranza effettivi, in una regione dove i capi di Stato muoiono in carica.
  • Cittadini arabi israeliani: circa il 21% della popolazione, con diritto di voto, partiti propri, deputati alla Knesset e giudici alla Corte suprema — nel 2022 vi è stato nominato il primo giudice arabo musulmano. Nel giugno 2021 il partito islamista arabo Ra’am di Mansour Abbas è entrato per la prima volta in una coalizione di governo israeliana.
  • Corte suprema indipendente, che annulla atti del governo e della Knesset, davanti alla quale i palestinesi dei territori possono e regolarmente fanno ricorso.
  • Stampa libera e critica, diritti LGBT fra i più estesi al mondo, sindacati, ONG che citano in giudizio il proprio esercito.
  • Nel 2023, la riforma giudiziaria del governo Netanyahu ha portato in piazza centinaia di migliaia di israeliani per mesi consecutivi. Le proteste sono in sé la prova migliore: in nessun altro paese della regione una simile mobilitazione contro il governo sarebbe stata possibile senza carri armati.
La qualificazione che va fatta

La democrazia israeliana si ferma alla Linea Verde. In Cisgiordania, sotto amministrazione militare dal 1967, vivono circa tre milioni di palestinesi privi di diritti politici israeliani, in un regime giuridico distinto da quello applicato ai coloni residenti nella stessa area. Gaza, dopo il ritiro del 2005, non è stata governata da Israele ma da Hamas.

È la critica seria, e conviene metterla sul tavolo da sé: un’esposizione che la omette non convince nessuno che non fosse già convinto. Ma non tocca il punto in discussione. Fra Israele nei suoi confini riconosciuti e qualunque suo vicino, la differenza di regime politico è di natura, non di grado.

Perché la Turchia ha rotto con Israele

Conviene fermarsi su questa domanda, perché la risposta dice una cosa che nessuna lettura puramente geopolitica riesce a dire: la variabile in gioco non è l’interesse nazionale turco, è l’ideologia di chi governa ad Ankara.

La Turchia fu il primo paese a maggioranza musulmana a riconoscere Israele, nel marzo 1949. Per mezzo secolo i due paesi furono alleati: cooperazione di intelligence dagli anni Cinquanta, accordo di cooperazione militare nel febbraio 1996 che consentiva ai caccia israeliani di addestrarsi nello spazio aereo turco, esercitazioni navali congiunte, commesse per l’ammodernamento dei carri armati turchi. Due potenze non arabe, entrambe filo-occidentali, con gli stessi avversari regionali.

La rottura è interamente successiva all’affermazione dell’AKP, e ne segue passo per passo il consolidamento islamista:

  • 29 gen 2009Davos. Erdoğan interrompe il presidente israeliano Peres, pronuncia il celebre “one minute” e abbandona il palco. Torna a Istanbul accolto come un eroe: scopre il rendimento politico interno della causa palestinese.
  • 31 mag 2010Mavi Marmara. Una flottiglia organizzata dalla ONG turca IHH — legata all’ambiente dei Fratelli Musulmani — tenta di forzare il blocco di Gaza; nell’abbordaggio muoiono nove cittadini turchi. Ambasciatori richiamati, relazioni ridotte al minimo.
  • 2016 / 2022Due tentativi di normalizzazione, entrambi dettati da convenienze energetiche e regionali, entrambi rapidamente svuotati.
  • dal 2023Rottura totale dopo il 7 ottobre. Il 25 ottobre 2023 Erdoğan dichiara in parlamento che Hamas non è un’organizzazione terroristica ma un movimento di liberazione. Il 2 maggio 2024 la Turchia sospende ogni scambio commerciale con Israele; in agosto chiede di intervenire nel procedimento avviato dal Sudafrica alla Corte internazionale di giustizia.

Le ragioni, in ordine di peso:

  1. La leadership del mondo sunnita si conquista sulla Palestina. È l’unica causa che unisce marocchini e indonesiani, sunniti e sciiti, laici e islamisti. Un aspirante leader del mondo musulmano che non la cavalchi non è credibile. Erdoğan compete su questo terreno con Riad, Il Cairo e Teheran, non con Gerusalemme.
  2. Hamas è la branca palestinese dei Fratelli Musulmani. Sostenerlo non è una scelta di politica estera separata: è la coerenza dell’asse frerista che la Turchia guida dal 2013. Ankara ospita da anni quadri di Hamas a Istanbul.
  3. Il gas del Mediterraneo orientale. Nel gennaio 2019 nasce al Cairo l’East Mediterranean Gas Forum — Egitto, Israele, Cipro, Grecia, Italia, Giordania — e la Turchia ne è esclusa. Israele si allinea con Atene e Nicosia, cioè con gli avversari storici di Ankara sulle acque territoriali. Sotto il movente ideologico corre quello materiale.
  4. Il rendimento interno. La retorica anti-israeliana è a costo zero e a resa immediata su un elettorato conservatore, anche quando l’interscambio commerciale, fino al 2024, continuava a crescere.
Che cosa dimostra

Per cinquant’anni gli interessi strategici di Turchia e Israele hanno prodotto un’alleanza solida. Quegli interessi non sono cambiati — sono cambiati i governanti di Ankara. La rottura è un prodotto dell’islamismo politico, non della geopolitica, e vale come misura di quanto quell’ideologia riorienti la condotta di uno Stato membro della NATO.

Il record dei palestinesi negli Stati arabi

È la parte della vicenda che il dibattito europeo ignora con maggiore costanza, e che è documentata nel dettaglio. Le dirigenze palestinesi hanno ospitalità in tre paesi arabi e in tre casi su tre l’esito è stato lo stesso.

  • 1970–71Giordania: Settembre Nero. L’OLP costruisce uno Stato parallelo, con propri posti di blocco e propria tassazione, e tenta ripetutamente di assassinare re Hussein. Fra il 6 e il 12 settembre 1970 il FPLP dirotta tre aerei di linea e li fa esplodere sulla pista di Zarqa, in territorio giordano, davanti alle telecamere del mondo. L’esercito giordano interviene: migliaia di morti palestinesi, e nel luglio 1971 l’OLP è espulsa. A cacciarla non è Israele: è un re arabo.
  • 1975–82Libano. L’OLP trasferita da Amman ottiene con l’Accordo del Cairo del 1969 il controllo militare e amministrativo dei campi e il diritto di condurre operazioni dal territorio libanese. Nasce la “Repubblica di Fakhani”: zone dove l’esercito libanese non entra. È uno dei detonatori diretti della guerra civile, e la milizia palestinese è protagonista dei massacri come delle stragi che ne conseguono — Damour, gennaio 1976, con centinaia di civili cristiani uccisi e la città svuotata.
  • 1990–91Kuwait: l’espulsione dimenticata. Arafat sostiene l’invasione irachena del Kuwait. Dopo la liberazione, l’emirato espelle di fatto l’intera comunità palestinese, che passa da circa 400.000 persone a poche decine di migliaia. Nessuna capitale araba protesta, nessuna risoluzione ONU, nessuna manifestazione in Europa. La più grande espulsione di massa di palestinesi dopo il 1948 porta dunque una firma araba.
  • dal 2013Egitto. Il Cairo mantiene chiuso o strettamente controllato il valico di Rafah e ha respinto pubblicamente e ripetutamente ogni ipotesi di accoglienza di profughi da Gaza nel Sinai. La ragione dichiarata da funzionari egiziani è esplicita: il precedente giordano e quello libanese.
Il dispositivo che perpetua la condizione

Il Protocollo di Casablanca della Lega Araba (1965) impegnava gli Stati membri a garantire ai palestinesi lavoro e residenza conservandone la nazionalità palestinese: una politica deliberata di non naturalizzazione, adottata per non estinguere la rivendicazione. In Libano i palestinesi restano esclusi per legge da decine di professioni e, dal 2001, dal diritto di acquistare immobili. In Kuwait e nel Golfo non hanno mai avuto accesso alla cittadinanza. Sono apolidi da tre generazioni, per scelta dei paesi arabi che li ospitano.

Sul piano internazionale il meccanismo è l’UNRWA, l’unica agenzia al mondo in cui lo status di rifugiato è ereditario: dai circa 750.000 profughi del 1948 si è passati agli attuali circa 5,9 milioni di registrati. Ogni altro rifugiato del pianeta ricade sotto l’UNHCR, il cui mandato è il reinsediamento e l’estinzione dello status. L’UNRWA lo perpetua. È l’unico caso in cui la comunità internazionale ha costruito un’istituzione il cui successo coincide con la propria non risoluzione.

Il 2020 ha chiuso il ciclo: con gli Accordi di Abramo, Emirati, Bahrein, Marocco e Sudan hanno normalizzato le relazioni con Israele senza attendere la nascita di uno Stato palestinese, rompendo un veto arabo durato cinquantatré anni. Il mondo arabo ha smesso di subordinare i propri interessi alla causa palestinese — mentre in Europa la si mobilita più di prima.

Gaza: che cosa è successo dal 2005

  • ago–set 2005Israele si ritira unilateralmente da Gaza: ventuno insediamenti smantellati, circa 8.000 coloni evacuati con la forza dall’esercito israeliano, nessuna presenza militare residua a terra. Difficile immaginare una verifica sperimentale più pulita della formula “territori in cambio di pace”.
  • gen 2006Hamas vince le elezioni legislative palestinesi con 74 seggi su 132.
  • giu 2007Hamas prende Gaza militarmente, in una guerra civile con Fatah in cui alcuni avversari vengono gettati dai tetti. Da allora non si è più votato: chi oggi a Gaza ha meno di trentasei anni non ha mai partecipato a un’elezione.
  • 1988La Carta di Hamas — mai abrogata — chiama alla distruzione di Israele, presenta il conflitto come religioso e non territoriale, e recepisce esplicitamente materiale antisemita europeo, inclusi i Protocolli dei Savi di Sion. Il documento del 2017 ne ha ammorbidito il linguaggio senza sostituirla, come la stessa dirigenza ha precisato.
  • 7 ott 2023Attacco su territorio israeliano: circa 1.200 morti, in maggioranza civili, e circa 250 ostaggi. Nessun giorno, dalla Shoah in poi, aveva contato tanti ebrei uccisi.

Il rovescio va scritto con la stessa franchezza: a Gaza vivono circa 2,2 milioni di persone, di cui più della metà minorenni, che non hanno scelto Hamas e in larghissima parte non erano nate quando fu eletto; e il bilancio civile della guerra successiva è molto elevato. Chi ometta questo dato scrive propaganda, non analisi. Ma resta il fatto strutturale: un territorio è stato consegnato integralmente, e ne è uscita una teocrazia armata che ha abolito le elezioni. È il precedente che pesa su ogni negoziato futuro, e chiunque prescriva soluzioni deve confrontarsi con esso.

Libano: lo Stato divorato

Il Libano è il caso di studio completo, perché ha attraversato tutte le fasi. Uno Stato confessionale fragile accoglie una milizia straniera armata (1970); ne deriva una guerra civile quindicennale con circa 150.000 morti; il vuoto genera una milizia locale sponsorizzata da una potenza estera, Hezbollah, nata nel 1982 e mai disarmata nemmeno dopo l’accordo di Taif del 1989 che scioglieva tutte le altre; l’occupazione siriana dura fino al 2005 e si chiude solo con l’assassinio dell’ex premier Rafiq Hariri il 14 febbraio 2005.

Ne risulta uno Stato con un esercito regolare più debole della milizia che dovrebbe disarmare, una politica estera decisa a Teheran, un sistema bancario collassato nel 2019 che ha cancellato i risparmi di un’intera popolazione, e l’esplosione del porto di Beirut del 4 agosto 2020 — oltre duecento morti per nitrato d’ammonio stoccato per anni nel disinteresse generale — senza che a sei anni di distanza esista una sentenza. Nella guerra del 2024 l’intero vertice di Hezbollah, incluso Hassan Nasrallah, è stato eliminato in poche settimane: un colpo alla milizia inflitto da un attore esterno, non dallo Stato libanese, che non ha mai avuto né i mezzi né la volontà di esercitare il monopolio della forza sul proprio territorio.

Uno Stato che tollera al proprio interno un esercito che non gli obbedisce non è uno Stato tollerante: è uno Stato in liquidazione.La lezione libanese, in una riga

Siria

La Siria aggiunge due elementi al quadro. Il primo è storico e riguarda direttamente questo articolo: nel febbraio 1982 il regime di Hafez al-Assad schiaccia una rivolta dei Fratelli Musulmani a Hama, radendo al suolo quartieri interi, con stime fra i 10.000 e i 40.000 morti. Quel precedente spiega la ferocia del conflitto trent’anni dopo, ed è anche il promemoria di come i regimi arabi laici abbiano trattato l’islamismo — con una brutalità che nessuna democrazia europea potrebbe né dovrebbe replicare.

Il secondo è il bilancio: dal 2011, stime fra 500.000 e 600.000 morti, circa 13 milioni di sfollati fra interni e rifugiati, armi chimiche usate contro la popolazione — la Ghouta, 21 agosto 2013 — l’intervento iraniano e russo, l’ISIS, e la caduta di Bashar al-Assad l’8 dicembre 2024 con l’arrivo al potere di Ahmed al-Sharaa, già capo di un’organizzazione derivata da al-Qaeda, sostenuto dalla Turchia. I cristiani siriani, circa il 10% della popolazione prima del 2011, si sono all’incirca dimezzati.

Perché tutto questo arriva in Europa

Il collegamento è diretto e verificabile. La causa palestinese è lo strumento di mobilitazione più efficace di cui l’islamismo europeo disponga: consente di reclutare ben oltre i propri confini ideologici, di presentarsi come portatore di una causa universale di giustizia, e di saldarsi con settori della sinistra radicale che su qualunque altro tema — diritti delle donne, laicità, omosessualità, libertà d’espressione — sarebbero avversari frontali.

Gli effetti misurabili in Europa ci sono. Alle elezioni britanniche del luglio 2024 cinque indipendenti sono stati eletti in collegi a forte presenza musulmana su una piattaforma incentrata su Gaza. Le denunce di episodi antisemiti hanno registrato incrementi a tre cifre in Francia, Germania e Regno Unito nei mesi successivi all’ottobre 2023. Nell’aprile 2024 ad Amburgo alcune centinaia di manifestanti hanno sfilato legalmente chiedendo l’istituzione di un califfato in Germania.

È qui che il tema levantino cessa di essere estero. Una politica estera europea si può discutere in molti modi; ciò che non è discutibile è che sinagoghe e scuole ebraiche in Europa vivano sotto protezione armata a causa di un conflitto che si combatte a tremila chilometri di distanza. Quando accade, il conflitto non è più importato: è interno.

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Nove meccanismi europei

Non esiste un piano unitario. Esistono meccanismi ricorrenti, ciascuno documentato, che convergono perché rispondono alla stessa logica: costruire un’autorità normativa parallela e diventare l’interlocutore obbligato dello Stato.

1. Il controllo dell’infrastruttura di culto

Chi finanzia la moschea nomina l’imam; chi nomina l’imam determina il messaggio del venerdì. Non esiste meccanismo più semplice, né più efficace. Le comunità musulmane europee, in larga parte operaie e prive di capitale, non potevano autofinanziare i propri luoghi di culto: il vuoto è stato riempito da chi disponeva di denaro e di un’agenda. Il canale del finanziamento è per questo il punto di leva più sensibile dell’intero sistema, ed è da lì che partono tutte le legislazioni che hanno prodotto risultati.

2. La cattura della rappresentanza

Gli Stati europei, per gestire l’islam, hanno cercato un interlocutore unico, come avevano fatto storicamente con le Chiese e con le comunità ebraiche. Ma nel sunnismo non esiste alcuna gerarchia: chiunque si organizzi meglio degli altri diventa “il rappresentante” per decisione dello Stato, non della comunità. Le organizzazioni di area frerista sono, per costruzione, le meglio organizzate: strutturate, poliglotte, abituate alle procedure amministrative. Il risultato è che un’ideologia minoritaria fra i musulmani europei ha ottenuto gratuitamente, per mano dei governi, una sovrarappresentazione istituzionale. È il vizio strutturale della gestione europea, dal CFCM francese all’Executive belga, dal Muslim Council of Britain al dibattito tedesco sulla Islamkonferenz.

3. La scuola e la famiglia

Terreno prioritario, perché agisce sulla generazione successiva: scuole confessionali private, doposcuola coranici, istruzione parentale, e i conflitti ricorrenti su educazione sessuale, lezioni di nuoto, gite scolastiche, musica, teoria dell’evoluzione.

Il caso Trojan Horse, e perché è inservibile

L’affare che nel 2014 sembrava documentare l’infiltrazione islamista in alcune scuole pubbliche di Birmingham si basava su una lettera anonima largamente riconosciuta come falsa, e un’inchiesta giornalistica del New York Times del 2022 ha demolito buona parte della ricostruzione ufficiale. Alcune irregolarità gestionali erano reali, ma la vicenda nel suo insieme è troppo compromessa per sostenere qualsiasi conclusione generale.

4. Il denaro

Tre canali principali. La certificazione halal, un mercato da decine di miliardi in Europa in cui gli enti certificatori incassano royalty su ogni prodotto e reinvestono in attività associative, in gran parte dei paesi senza alcuna vigilanza pubblica. La raccolta della zakat tramite associazioni caritative. E le donazioni estere, oggi il canale più regolamentato e quindi in declino relativo.

5. Giovani, campus e istituzioni europee

FEMYSO, fondato a Bruxelles nel 1996, ha ottenuto per anni riconoscimento come interlocutore giovanile da Commissione europea e Consiglio d’Europa, e accesso a programmi di finanziamento. L’episodio più noto è la campagna del Consiglio d’Europa sulla libertà nell’hijab del novembre 2021, ritirata in pochi giorni dopo le proteste del governo francese. Il meccanismo è costante: farsi riconoscere come voce legittima di una minoranza da istituzioni che non dispongono di strumenti per verificarne la rappresentatività.

6. Il frame dell’islamofobia come strumento giuridico

Esiste un pregiudizio anti-musulmano reale, documentato e in crescita in Europa: ometterlo renderebbe il resto dell’analisi disonesto. Esiste però anche un uso strategico del termine, volto a trasformare la critica politica e teologica in un’accusa di discriminazione, spostando il conflitto sul terreno giudiziario e reputazionale.

Il precedente all’ONU

Dal 1999 al 2010 l’Organizzazione della cooperazione islamica ha promosso ogni anno alle Nazioni Unite risoluzioni contro la “diffamazione delle religioni”, con l’obiettivo dichiarato di stabilire un divieto internazionale di critica religiosa. La campagna è stata abbandonata nel 2011, quando la maggioranza si è assottigliata, ripiegando sulla risoluzione 16/18, che protegge le persone e non le dottrine. Si tratta di un progetto statale, verificabile negli atti dell’organizzazione, volto a limitare la libertà d’espressione occidentale per via multilaterale.

La sequenza operativa è visibile nel caso Samuel Paty, 16 ottobre 2020: una falsa testimonianza, una campagna online che qualifica il professore come islamofobo, l’amplificazione da parte di attivisti e di un predicatore, l’omicidio compiuto da un terzo del tutto estraneo alla scuola. Nessuno di questi passaggi richiede un’organizzazione: richiede un clima normativo in cui la blasfemia sia percepita come un reato reale.

7. La leva elettorale locale

Il voto comunitario concentrato in circoscrizioni ristrette produce un potere di contrattazione sproporzionato. I casi accertati in sede giudiziaria sono due, entrambi britannici:

  • Birmingham, 4 aprile 2005: il commissario elettorale Richard Mawrey annulla elezioni comunali per brogli sistematici nel voto postale, con la sentenza in cui afferma che il sistema “farebbe vergognare una repubblica delle banane”.
  • Tower Hamlets, 23 aprile 2015: il sindaco Lutfur Rahman è rimosso da un tribunale elettorale per pratiche corrotte e illegali, incluse pressioni religiose sugli elettori (undue spiritual influence), norma vittoriana applicata per la prima volta in un secolo.

Alle elezioni generali britanniche del luglio 2024 cinque indipendenti sono stati eletti in collegi a forte presenza musulmana su una piattaforma incentrata su Gaza, con sconfitte a sorpresa di candidati laburisti di primo piano.

8. Le carceri

È il principale luogo di radicalizzazione in Europa. Sui numeri occorre precisione: in Francia non esistono statistiche religiose ufficiali, e le cifre correnti — musulmani pari al 40–60% della popolazione carceraria contro circa l’8–10% di quella generale — provengono da ricerche sul campo, in particolare di Farhad Khosrokhavar, non da rilevazioni istituzionali. Il dato non controverso è qualitativo: la carcerazione è il singolo predittore più ricorrente nelle biografie degli attentatori europei, dai fratelli Kouachi ad Amedy Coulibaly ad Anis Amri.

9. I territori

Il lavoro più solido è quello di Bernard Rougier, Les territoires conquis de l’islamisme (2020), condotto sul campo con un’équipe di ricercatori. La tesi non riguarda l’esistenza di “zone vietate” — formula giornalistica che nessuna ricerca conferma — ma di ecosistemi: moschea, libreria, palestra, negozi halal, associazione sportiva, doposcuola e rete familiare che si rinforzano a vicenda e producono un ambiente normativo in cui la norma religiosa rigorista diventa il default sociale, e discostarsene comporta un costo.

La distinzione è sostanziale. Non si tratta di territori sottratti alla legge dello Stato, ma di quartieri in cui la pressione sociale rende molto costoso per una donna non velarsi, per un ragazzo non osservare il Ramadan, per un commerciante vendere alcol — e in cui lo Stato ha progressivamente ridotto la propria presenza alla sola funzione repressiva. La coercizione non viene né da un’organizzazione né da un’autorità: viene dal vicinato.

Rotherham: il fallimento dell’applicazione della legge

Accertato da inchiesta pubblica

Il rapporto Jay, 26 agosto 2014, accerta che a Rotherham circa 1.400 minori sono stati oggetto di sfruttamento sessuale organizzato fra il 1997 e il 2013, e stabilisce che polizia, servizi sociali e amministrazione locale ne erano al corrente e non intervennero — anche, testualmente, per timore di essere accusati di razzismo, dato che la maggioranza degli autori era di origine pakistana. Inchieste successive hanno documentato dinamiche analoghe a Rochdale, Telford — circa 1.000 vittime secondo l’inchiesta del 2022 — e Oldham.

Il caso non riguarda la teologia né la religione degli autori. Riguarda uno Stato che ha sospeso la protezione di minori per timore di un’accusa, ed è la dimostrazione empirica che un antirazzismo mal concepito produce vittime reali.

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Quanto è largo il consenso

La versione rassicurante di questa storia dice che il problema è una frangia militante e che il tempo, la scuola e le generazioni faranno il resto. I dati d’indagine disponibili non la sostengono. È il punto in cui l’analisi smette di essere confortante, e va guardato per intero.

Lo studio comparativo europeo

La ricerca più rigorosa mai condotta in Europa su questo terreno è quella di Ruud Koopmans per il centro di ricerca sociale WZB di Berlino (2013): circa 9.000 intervistati in sei paesi — Germania, Francia, Paesi Bassi, Belgio, Austria, Svezia — con un gruppo di controllo autoctono cristiano. I risultati:

  • Il 65% dei musulmani intervistati dichiara che le regole religiose contano per loro più delle leggi del paese in cui vivono.
  • Il 75% ritiene che del Corano esista una sola interpretazione possibile.
  • Circa il 60% ritiene che i musulmani debbano tornare alle radici dell’islam.
  • Chi sottoscrive tutte e tre le affermazioni — la definizione operativa di fondamentalismo adottata dallo studio — è il 44% dei musulmani intervistati, contro circa il 4% del gruppo di controllo cristiano.
  • Sull’ostilità verso l’esterno: circa il 57% non vorrebbe amici omosessuali; circa il 45% ritiene che degli ebrei non ci si possa fidare; circa il 54% ritiene che l’Occidente voglia distruggere l’islam.
I limiti dello studio, dichiarati

Il campione riguarda popolazioni di origine turca e marocchina, non la totalità dei musulmani europei, e il disegno della ricerca è stato contestato. Resta il dataset comparativo più solido disponibile, e nulla di pubblicato nel decennio successivo ne ha rovesciato i risultati. Chi lo respinge in blocco ha l’onere di indicare la ricerca che lo sostituisce, e quella ricerca non esiste.

Le indagini nazionali

Regno Unito, sondaggio ICM per Channel 4, 2016, condotto con interviste faccia a faccia su un campione rappresentativo di musulmani britannici:

  • 52% ritiene che l’omosessualità debba essere illegale;
  • 39% che la moglie debba sempre obbedire al marito;
  • 23% favorevole all’introduzione della sharia in alcune aree del paese;
  • 4% esprime simpatia per chi compie attentati suicidi — una percentuale che, applicata alla popolazione musulmana britannica, corrisponde a un ordine di grandezza di centomila persone.

Francia, Institut Montaigne, 2016: il 28% dei rispondenti si colloca su posizioni che antepongono la norma religiosa alla legge repubblicana, contro il 46% di musulmani pienamente laicizzati e un 25% intermedio.

C’è infine il dato che nessuno commenta volentieri, e che accomuna tutte le rilevazioni: le posizioni rigoriste sono più diffuse fra i giovani che fra i loro genitori. È l’esatto contrario di quanto prevede il modello dell’assimilazione progressiva, ed è ciò che rende infondata la principale consolazione europea: che il ricambio generazionale risolva il problema da sé. In due generazioni, su questo terreno, l’Europa non ha guadagnato: ha perso.

Il quadro internazionale

L’indagine Pew del 2013, condotta in 39 paesi su circa 38.000 intervistati, misura il sostegno alla sharia come legge ufficiale dello Stato: Afghanistan 99%, Iraq 91%, Malaysia 86%, Pakistan 84%, Egitto 74%, Giordania 71%, Indonesia 72%. Fra chi è favorevole, il sostegno alla pena di morte per apostasia raggiunge l’86% in Egitto, l’82% in Giordania, il 79% in Afghanistan, il 76% in Pakistan.

Il dato decisivo è la varianza

Nella stessa indagine: Turchia 12%, Albania 12%, Kazakistan 10%, Bosnia 15%. Stessa religione, stessi testi, risultati opposti a distanza di poche centinaia di chilometri.

Questo esclude che si tratti di un destino teologico, e chiude la questione nell’unico modo che consenta di agire: si tratta di politica, di istruzione e di architettura statale. Ma non è una conclusione consolante. Significa che la traiettoria può muoversi in entrambe le direzioni — e in Turchia, negli ultimi vent’anni, si è mossa nella direzione sbagliata sotto un governo che l’Unione europea ha corteggiato per tutto il tempo.

Qualunque cifra si scelga fra quelle disponibili, la conclusione è la stessa e non ammette attenuazioni: la posizione illiberale non è una frangia. È una minoranza ampia, in alcuni contesti maggioritaria, ed è sovrarappresentata fra i giovani. Continuare a descriverla come un’anomalia marginale non è tolleranza: è il rifiuto di leggere i propri stessi dati.

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L’inventario delle rese

Nessun diritto europeo è stato formalmente abolito. Tutti quelli che seguono sono stati ceduti nella pratica, caso per caso, da istituzioni che hanno preferito la quiete al conflitto. Non esiste un atto di resa da esibire: la resa è stata amministrativa, e per questo non ha mai avuto un titolo di giornale.

La libertà di criticare la religione

Il 14 febbraio 1989 il capo di uno Stato straniero emette una condanna a morte contro un cittadino britannico per un romanzo. L’Europa sopravvive all’affare Rushdie, ma non lo vince. La sequenza successiva è documentata riga per riga:

  • 1991Hitoshi Igarashi, traduttore giapponese dei Versi satanici, assassinato. Ettore Capriolo, traduttore italiano, accoltellato a Milano il 3 luglio e sopravvissuto. Nel 1993 William Nygaard, editore norvegese, colpito da tre proiettili davanti a casa.
  • 2 nov 2004Theo van Gogh assassinato ad Amsterdam. Ayaan Hirsi Ali, deputata olandese, vive sotto scorta e nel 2006 lascia l’Europa. Geert Wilders è sotto protezione permanente dal 2004: un parlamentare europeo che non può dormire nella propria casa da vent’anni.
  • 2005–06Vignette dello Jyllands-Posten: violenze in vari paesi con circa duecento morti. La maggior parte della stampa europea sceglie di non ripubblicarle. Nel 2009 la Yale University Press pubblica un saggio sulle vignette senza le vignette.
  • 7 gen 2015Charlie Hebdo. Le manifestazioni di solidarietà sono imponenti; la ripubblicazione delle copertine, praticamente inesistente.
  • 16 ott 2020Samuel Paty, decapitato per aver mostrato una vignetta in un’ora di educazione civica sulla libertà d’espressione.
  • mar 2021Batley Grammar School, Inghilterra: un docente mostra la stessa vignetta, viene sospeso, la scuola si scusa pubblicamente, l’insegnante entra in clandestinità e vi rimane per anni. La lezione trasmessa a ogni insegnante britannico è inequivocabile.
  • 2020–21Il caso Mila: una sedicenne francese critica l’islam in un video, riceve decine di migliaia di minacce di morte, cambia scuola tre volte, termina gli studi sotto protezione di polizia. Tredici imputati vengono condannati — ed è la vittima a dover scomparire.
  • 12 ago 2022Salman Rushdie accoltellato sul palco di un festival negli Stati Uniti, perde un occhio. Trentatré anni dopo, la sentenza è stata eseguita.
  • dic 2023La Danimarca approva una legge che vieta il trattamento improprio dei testi sacri, sotto pressione diplomatica di paesi musulmani. Il paese delle vignette reintroduce parzialmente il reato di blasfemia, abolito nel 2017.

Il diritto esiste ancora, integro, in ogni ordinamento europeo. Nella pratica è esercitabile soltanto da chi accetti di vivere sotto scorta. Un diritto che comporta quel prezzo è formalmente vivo e sostanzialmente estinto, ed è il primo dei beni che l’Europa ha lasciato andare.

La libertà di abbandonare la propria religione

È il più fondamentale dei diritti di coscienza — senza di esso nessuna adesione religiosa è volontaria — ed è il meno difeso. Le associazioni di ex musulmani in Europa, dal Council of Ex-Muslims of Britain al suo omologo tedesco, entrambi fondati nel 2007, operano con misure di sicurezza, sedi non pubbliche e membri che usano pseudonimi. Nel continente che ha inventato la libertà di coscienza, cambiare idea sulla propria fede richiede protocolli di protezione.

Questi gruppi sono anche, sistematicamente, i meno invitati ai tavoli istituzionali sull’islam: non rappresentano una comunità organizzata, non portano voti, e la loro sola esistenza è imbarazzante per gli interlocutori che gli Stati hanno scelto.

L’uguaglianza delle donne

Nel Regno Unito la revisione indipendente commissionata dal governo nel 2018 ha accertato l’esistenza di decine di sharia councils — le stime oscillano fra trenta e ottantacinque — che trattano prevalentemente divorzi islamici, e ha concluso che le donne vi si trovano sistematicamente svantaggiate: possono ottenere il divorzio solo a condizioni che agli uomini non sono richieste. Sono organismi privati e non hanno valore legale; hanno però autorità sociale su chi vi si rivolge, ed è l’autorità sociale a determinare la vita delle persone.

Accanto: matrimoni forzati, mutilazioni genitali femminili, delitti d’onore, esenzioni richieste da lezioni di nuoto, musica e gite scolastiche. Su quest’ultimo fronte esiste però anche un precedente in senso opposto: nella sentenza Osmanoğlu e Kocabaş c. Svizzera del 10 gennaio 2017 la Corte europea dei diritti dell’uomo ha confermato l’obbligo delle lezioni di nuoto miste, stabilendo che l’integrazione scolastica prevale sulla convinzione religiosa dei genitori. La linea, quando viene tenuta, tiene.

L’inversione del 2022

Nel settembre 2022, dopo la morte di Mahsa Amini in custodia della polizia morale iraniana, decine di donne iraniane sono state uccise per aver tolto il velo in pubblico. Nello stesso periodo, in Europa, il velo veniva promosso in campagne istituzionali come espressione di libertà femminile. Le due cose sono avvenute contemporaneamente, e nessuna istituzione europea ha ritenuto necessario spiegare la contraddizione.

Gli ebrei europei

È la voce più grave dell’inventario, ed è anche quella che il dibattito europeo nomina con maggiore riluttanza.

  • feb 2006Ilan Halimi, 23 anni, sequestrato a Parigi perché ebreo, torturato per tre settimane, ucciso.
  • 19 mar 2012Scuola ebraica Ozar Hatorah di Tolosa: quattro morti, di cui tre bambini.
  • 9 gen 2015Hyper Cacher, Parigi: quattro morti, presi in ostaggio in un supermercato kosher.
  • 4 apr 2017Sarah Halimi, 65 anni, gettata dalla finestra al grido di Allahu akbar. Nell’aprile 2021 la Corte di cassazione francese conferma il proscioglimento dell’omicida per abolizione del discernimento dovuta all’assunzione di cannabis. Nessun processo.
  • mar 2018Mireille Knoll, 85 anni, sopravvissuta alla retata del Vel d’Hiv, uccisa con undici coltellate nel suo appartamento parigino.

L’indagine dell’Agenzia europea per i diritti fondamentali del 2018 ha rilevato che il 38% degli ebrei europei aveva preso in considerazione l’emigrazione a causa dell’antisemitismo. Dalla Francia sono partite verso Israele decine di migliaia di persone dall’inizio del secolo, con il picco di circa 7.900 nel solo 2015. Ogni scuola e ogni sinagoga ebraica in Europa occidentale opera sotto sorveglianza armata permanente.

Una parte consistente di questa violenza non proviene dall’estrema destra, come l’Europa preferirebbe, ma da ambienti in cui l’odio antiebraico è stato normalizzato per via religiosa e politica — e il dato di Koopmans, con il 45% che dichiara di non fidarsi degli ebrei, indica che non si tratta di casi isolati. Un continente che non riesce a trattenere i propri ebrei ha già perso la discussione sui propri valori, quali che siano le dichiarazioni ufficiali nel Giorno della Memoria.

La scuola

Nel giugno 2004 l’ispettore generale Jean-Pierre Obin consegna al ministero francese dell’istruzione un rapporto sui segni di appartenenza religiosa negli istituti scolastici: vi si documentano contestazioni sistematiche dell’insegnamento della Shoah, dell’evoluzionismo e delle crociate, rifiuti di lezioni di musica e di educazione fisica, pressioni sulle studentesse. Il rapporto viene di fatto insabbiato per anni. Sedici anni dopo, Samuel Paty.

Le rilevazioni successive fra i docenti francesi hanno indicato quote molto elevate di autocensura su questi stessi argomenti. La conseguenza è strutturale: quando un insegnante decide da solo, in silenzio, di saltare un capitolo per evitare un problema, non esiste alcun atto amministrativo, nessuno se ne accorge e il programma scolastico risulta formalmente intatto. È il modo in cui un paese perde il controllo di ciò che insegna ai propri figli senza che nessuno abbia deciso nulla.

Il modello

Rileggendo l’elenco, la sequenza è sempre la stessa. Una richiesta viene avanzata a nome di una sensibilità ferita. L’istituzione — scuola, comune, redazione, museo, casa editrice, tribunale — valuta il costo del conflitto e lo trova più alto del costo della concessione. Concede. La concessione diventa precedente, il precedente diventa consuetudine, la consuetudine diventa la norma di fatto.

Nessuno di questi passaggi richiede un’organizzazione, un finanziamento o un complotto. Richiede soltanto che una parte sia disposta a sostenere un conflitto e l’altra no. Ed è qui che si misura la responsabilità europea, perché l’unica delle due variabili su cui l’Europa ha pieno potere è la seconda.

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Le tesi che non reggono

Alcune affermazioni molto diffuse proprio fra chi denuncia il problema non sopravvivono alla verifica. Elencarle non è una concessione all’avversario: è manutenzione dell’argomento. Ogni tesi falsa in circolazione è una scorciatoia offerta a chi vuole archiviare in blocco anche quelle vere — ed è così che da vent’anni allarmi documentati finiscono catalogati insieme alle fantasie.

La “grande sostituzione”

Infondata

Il termine è di Renaud Camus, Le Grand Remplacement, 2011: una costruzione letteraria francese recente, non una constatazione demografica. È stato citato esplicitamente negli scritti degli attentatori di Christchurch (15 marzo 2019, 51 morti in due moschee), El Paso (agosto 2019, 23 morti) e Buffalo (maggio 2022, 10 morti).

E non regge ai numeri. Le proiezioni del Pew Research Center del 2017 — le più citate e mai smentite — danno i musulmani nell’Unione europea più Norvegia e Svizzera al 4,9% nel 2016 e, al 2050: 7,4% a migrazione zero, 11,2% a migrazione media, 14,0% nello scenario di migrazione elevata. Nessuno scenario pubblicato produce una maggioranza musulmana in alcun paese europeo. La fecondità, inoltre, converge: 2,6 contro 1,6 nel 2015, con proiezione a 2,2 contro 1,6 nel 2045, mentre le seconde generazioni si avvicinano rapidamente alla media nazionale.

“L’islam è un blocco monolitico”

Infondata

Sunniti, sciiti, ibaditi, alawiti, alevi, ahmadiyya; e all’interno del sunnismo quattro scuole giuridiche e centinaia di confraternite sufi che i salafiti considerano eretiche. Gli Stati che dovrebbero costituire il fronte si sono bloccati a vicenda nel 2017, si sono combattuti per procura in Libia — Turchia contro Emirati — e in Yemen, e hanno condotto una guerra fredda quarantennale fra Iran e Arabia Saudita. Il primo obiettivo dell’ISIS non è mai stato l’Occidente: erano gli sciiti e i sunniti giudicati apostati.

“I musulmani europei sono tutti islamisti”

Il dato reale

L’indagine dell’Institut Montaigne curata da Hakim El Karoui nel 2016 — la più ampia mai condotta sui musulmani di Francia — individuava circa il 28% di rispondenti su posizioni che antepongono la norma religiosa alla legge repubblicana, concentrati fra i giovani e i meno inseriti, contro circa il 46% di musulmani laicizzati e un 25% intermedio.

È una quota alta, e va detto senza attenuazioni: una persona su quattro. Ed è contemporaneamente la misura del fatto che si tratta di una minoranza, e che i tre quarti restanti non condividono quel progetto.

“È colpa della sinistra se l’islamismo è cresciuto in Europa”

Infondata nella formulazione corrente

L’accordo tedesco sui Gastarbeiter con la Turchia è del 1961, governo Adenauer, CDU. Il ricongiungimento familiare francese è il decreto del 1976, presidenza Giscard, primo ministro Chirac. La legge italiana Bossi-Fini del 2002, di un governo di destra, si accompagnò alla più grande regolarizzazione della storia italiana, circa 650.000 persone. La domanda di manodopera veniva dal padronato industriale.

Sul piano storico l’attribuzione si rovescia: l’islamismo politico è stato coltivato in funzione anticomunista — asse Washington-Riad contro Nasser e l’URSS, Sadat che libera i Fratelli Musulmani nel 1971 per contenere nasseriani e comunisti, operazione Cyclone in Afghanistan. I partiti comunisti arabi, fra i più grandi del Terzo Mondo, sono stati distrutti dagli islamisti.

Reggono invece due addebiti circoscritti e documentabili: la sinistra europea ha trasformato l’antirazzismo in uno scudo per pratiche illiberali — Rotherham è il caso limite — e ha sostituito una base elettorale di classe con una base identitaria, scelta raccomandata per iscritto al PS francese dal memorandum di Terra Nova del 2011. L’addebito speculare alla destra è di aver voluto la manodopera senza finanziarne l’integrazione. E in Danimarca la stretta migratoria più dura d’Europa è opera dei socialdemocratici: se la variabile determinante fosse la collocazione politica, quel caso non esisterebbe.

“L’islam sta de-cristianizzando l’Europa”

Infondata

La secolarizzazione europea comincia nel Settecento, accelera dopo il 1945 e culmina fra gli anni Sessanta e Ottanta, decenni prima di qualunque presenza musulmana significativa. L’Irlanda è passata da oltre l’80% di pratica domenicale negli anni Ottanta a circa un quarto, per effetto degli scandali degli abusi e della modernizzazione. Il Quebec, cattolicissimo fino al 1960, si è svuotato in una generazione. In Italia e in Spagna il crollo è avvenuto sotto egemonie politiche cattoliche o conservatrici. Le chiese si sono svuotate da sole, prima che arrivasse chiunque.

Corollario documentato: le uniche parrocchie in crescita nelle grandi città europee sono quelle degli immigrati — filippini, polacchi, latinoamericani, nigeriani, romeni ortodossi, e copti e siriaci in fuga proprio dal Medio Oriente.

La controversia scientifica di riferimento

Il dibattito centrale degli ultimi vent’anni oppone i due maggiori specialisti francesi, e nessuna delle due posizioni ha prevalso:

  • Gilles Kepel parla di “radicalizzazione dell’islam”: la violenza proviene da una corrente religiosa identificabile, il salafismo, che ha lavorato le comunità per trent’anni preparando il terreno. La risposta è combattere quell’ideologia e le sue reti.
  • Olivier Roy parla di “islamizzazione della radicalità”: i giovani jihadisti europei sono nichilisti in cerca di una causa — spesso con precedenti penali, scarsa cultura religiosa, conversioni recenti — e l’islam è il repertorio disponibile, non la causa. La risposta è sociale e generazionale.

La lettura più sostenibile è che entrambi descrivano fenomeni reali ma distinti: Roy rende conto meglio del profilo individuale dei terroristi, Kepel dell’evoluzione delle comunità e degli ambienti in cui quei profili maturano.

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Le politiche: bilancio di trent’anni

La sperimentazione europea ha ormai prodotto un corpo di evidenze sufficiente per distinguere le misure che hanno funzionato da quelle che hanno fallito. È il piano su cui la discussione smette di essere identitaria e diventa verificabile.

Austria: il modello del finanziamento

La Islamgesetz del 25 febbraio 2015 riforma la legge del 1912 sull’islam — l’Austria riconosce l’islam come religione ufficiale dai tempi dell’annessione della Bosnia. I punti centrali: divieto di finanziamento estero delle comunità religiose islamiche; obbligo di una traduzione tedesca ufficiale del Corano; formazione teologica sotto controllo statale, con l’istituzione della cattedra di teologia islamica all’Università di Vienna nel 2016. Nessun testo legislativo europeo in materia è stato più imitato.

Una lezione negativa dallo stesso paese

L’operazione Luxor del 9 novembre 2020 — settanta perquisizioni simultanee contro presunte reti dei Fratelli Musulmani e di Hamas — è in larga parte collassata: i tribunali hanno annullato numerose misure, quasi tutte le imputazioni sono cadute, e l’operazione ha finito per rafforzare il senso di persecuzione nella comunità. L’azione penale spettacolare priva di prove solide è controproducente; la regolazione amministrativa, molto meno visibile, produce risultati.

Francia: il modello normativo

  • 15 mar 2004Divieto di simboli religiosi ostensibili nelle scuole pubbliche. Applicata senza incidenti rilevanti; oggi largamente accettata anche da chi la contestò.
  • 11 ott 2010Divieto di dissimulazione del volto negli spazi pubblici. Confermata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo nella sentenza S.A.S. c. Francia del 1° luglio 2014, che riconosce agli Stati un ampio margine di apprezzamento in materia. Impatto pratico modesto: riguarda poche migliaia di persone.
  • 2 dic 2020Scioglimento del CCIF e di BarakaCity, associazioni militanti, per decreto governativo.
  • 24 ago 2021Legge che rafforza il rispetto dei principi della Repubblica, il testo più ambizioso mai adottato in Europa: contratto di impegno repubblicano per ogni associazione che riceve fondi pubblici; obbligo di dichiarazione dei finanziamenti esteri sopra i 10.000 euro; istruzione parentale passata da regime di dichiarazione a regime di autorizzazione; controllo rafforzato delle scuole fuori contratto; reato di messa in pericolo della vita altrui mediante diffusione di informazioni, la cosiddetta norma Samuel Paty; nuove ipotesi di scioglimento delle associazioni.
  • 1° gen 2024Fine del sistema degli imam détachés: circa 300 imam inviati e retribuiti da Turchia, Algeria e Marocco non possono più esercitare in Francia.

Danimarca: il modello politico

È il caso su cui vale la pena spendere più tempo, perché disgiunge la questione dall’asse destra-sinistra: la linea più dura d’Europa è applicata dai socialdemocratici di Mette Frederiksen, al governo dal giugno 2019, che hanno così conservato l’elettorato operaio e ridotto la destra radicale a percentuali marginali.

  • Pacchetto sulle società parallele, dal 2018: criteri oggettivi — reddito, occupazione, istruzione, precedenti penali, origine — per classificare i quartieri; obbligo di asilo per almeno 25 ore settimanali dall’anno di età, con insegnamento della lingua e dei valori danesi; riduzione forzata della quota di edilizia sociale, con demolizioni e vendite; pene raddoppiate per alcuni reati nelle zone designate.
  • Legge sui predicatori religiosi, 2016 e successive: elenco pubblico dei predicatori stranieri cui è vietato l’ingresso; obbligo di traduzione delle prediche pronunciate in lingue straniere; limiti al finanziamento estero dei luoghi di culto.
  • Asilo: passaggio esplicito dalla protezione permanente a quella temporanea e revocabile; domande crollate da circa 21.000 nel 2015 a poche migliaia negli anni recenti.
Il limite del caso danese

Il criterio “non occidentale” impiegato per classificare i quartieri è stato contestato in sede europea come discriminatorio su base etnica, e il governo ha rinominato le categorie. Il nucleo replicabile della politica danese non è dunque il criterio etnico, giuridicamente fragile, ma la combinazione di controllo migratorio, obbligo linguistico precoce, mix abitativo forzato e trasparenza sul finanziamento religioso — applicata da un governo che non ha mai fatto ricorso alla retorica identitaria.

Germania e Paesi Bassi

  • Germania: divieto del Centro islamico di Amburgo il 24 luglio 2024; accordo con Ankara del dicembre 2023 per la fine graduale degli imam inviati; Islamkolleg di Osnabrück, dal 2021, per la formazione di imam di lingua tedesca; dibattito aperto sullo status di diritto pubblico della DİTİB.
  • Paesi Bassi: commissione parlamentare d’inchiesta sull’influenza estera indesiderata, POCOB, 2020, con audizioni sotto giuramento dei dirigenti di moschea. Ha documentato finanziamenti salafiti da Kuwait e Arabia Saudita e la sistematica reticenza verso le autorità. L’inchiesta parlamentare pubblica si è rivelata uno strumento più efficace dell’azione giudiziaria.

Ciò che ha fallito

MisuraEsitoRagione
Divieti simbolici isolatiImpatto pratico quasi nulloI divieti su velo integrale e burkini riguardano poche centinaia o migliaia di persone e generano molto più conflitto identitario che risultati.
Centri di deradicalizzazioneFallimento documentatoIl centro francese di Pontourny, aperto nel settembre 2016 e chiuso nel luglio 2017, ha terminato con zero residenti. Nessun programma europeo ha finora dimostrato un’efficacia misurabile.
Delega all’islam consolareEffetto opposto all’intenzioneHa istituzionalizzato il controllo di potenze straniere sui musulmani europei e impedito la nascita di un clero autoctono.
Interlocutore unico nazionaleCollassoIl CFCM francese, creato nel 2003, è imploso; il rapporto britannico con il Muslim Council of Britain fu sospeso nel 2009. Costruire un’autorità centrale per comodità amministrativa crea un potere che poi negozia contro lo Stato che l’ha creata.
Arretramento sulla blasfemiaPerdita nettaLa legge danese del dicembre 2023 che vieta il trattamento improprio dei testi sacri è una reintroduzione parziale del reato di blasfemia sotto pressione diplomatica estera.

Nove misure che l’evidenza sostiene

  1. Trasparenza integrale dei finanziamenti ai luoghi di culto e alle associazioni confessionali, con registro pubblico e soglia di dichiarazione obbligatoria. Neutrale rispetto alla religione, e per questo giuridicamente solida.
  2. Fine del clero straniero: formazione e retribuzione degli imam in Europa, in lingua nazionale, con percorsi universitari pubblici. Di tutte le misure elencate è quella con il miglior rapporto fra efficacia e costo politico.
  3. Applicazione senza eccezioni del diritto vigente su matrimoni forzati, mutilazioni genitali, obbligo scolastico, poligamia di fatto, parità nell’accesso ai servizi pubblici. Nella quasi totalità dei casi la norma esiste già: manca l’applicazione. Rotherham non è stato un vuoto normativo, ma un vuoto di volontà.
  4. Rompere il monopolio della rappresentanza: trattare con i cittadini e con la pluralità reale — associazioni femminili, alevi, sufi, ex musulmani, laici di origine musulmana — e non con mediatori autonominati. È anche la mossa che indebolisce maggiormente il frerismo, perché ne colpisce la pretesa fondativa.
  5. Politica urbana: mix abitativo, desegregazione scolastica, presenza dello Stato in tutte le sue funzioni e non solo in quella di polizia. È costosa, lenta, poco spendibile politicamente, ed è la variabile che pesa di più nel lungo periodo.
  6. Controllo migratorio: volume e velocità degli ingressi determinano la capacità di assorbimento. La Danimarca dimostra che la questione può essere trattata come problema di capacità e non come conflitto di valori.
  7. Difesa intransigente della libertà d’espressione, blasfemia inclusa. È il punto su cui l’Europa sta arretrando, ed è il più identitario di tutti: il diritto di criticare la religione è letteralmente ciò che distingue l’ordinamento europeo.
  8. Politica estera coerente: nominare gli Stati sponsor, attribuire un costo ai loro comportamenti, condizionare vendite di armi, investimenti strategici e accesso alle istituzioni. Oggi non accade quasi mai, perché il gas e i contratti pesano di più.
  9. Precisione del bersaglio: le misure rivolte ai musulmani producono solidarietà con gli islamisti; le misure rivolte agli islamisti li isolano. Da questo principio dipende l’efficacia degli altri otto punti.
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Quale identità europea

La domanda su come evitare che l’Europa perda la propria identità presuppone che si stabilisca di quale identità si stia parlando. Dalla definizione dipende se sia difendibile o no.

DefinizioneContenutoTenuta
EtnicaL’Europa come popolo o insieme di popoli di origine europea.Non regge su alcun piano. Indifendibile davanti alle corti europee; contraddetta dal fatto che milioni di cittadini europei per nascita non vi rientrerebbero; storicamente falsa, perché l’Europa è il prodotto di quindici secoli di migrazioni; e politicamente controproducente, perché spinge verso l’avversario chiunque non abbia l’ascendenza giusta, inclusi i musulmani laici.
ReligiosaL’Europa cristiana.Storicamente fondata, oggi inservibile come strumento politico. Le radici cristiane sono un fatto: il diritto, il calendario, l’arte, l’università, l’idea stessa di persona. Ma la difesa dell’identità cristiana contro l’islam è una battaglia già perduta dall’interno: gli europei hanno smesso di credere da sé, decenni prima di ogni presenza musulmana. Non si difende per via amministrativa una fede che i fedeli hanno abbandonato.
Giuridico-politicaL’ordinamento liberal-democratico: libertà di coscienza inclusa quella di abbandonare la propria religione, uguaglianza delle donne, separazione fra norma religiosa e legge civile, libertà di criticare e deridere ogni credo, primato della legge dello Stato, autonomia dell’individuo dalla comunità d’origine.È l’unica difendibile, ed è l’unica effettivamente sotto attacco. Precisa, verificabile, giustiziabile, non richiede l’appartenenza ad alcun gruppo — e corrisponde punto per punto a ciò che il progetto islamista contesta.
La conseguenza pratica

La terza definizione divide l’avversario invece di compattarlo. Un musulmano europeo può sottoscrivere l’ordinamento liberal-democratico senza rinnegare la propria fede, e milioni lo fanno. Un islamista no, per definizione: la hakimiyya di Qutb è l’esatta negazione della sovranità popolare. Definire l’identità europea in termini giuridici traccia una linea che passa dentro le comunità musulmane, non attorno a esse. Le definizioni etnica e religiosa fanno il contrario: compattano contro l’Europa anche coloro che l’islamismo hanno già rifiutato, spesso pagandolo di persona.

Il rischio speculare

Sarebbe comodo passarlo sotto silenzio; nel breve periodo è invece il più concreto dei due. Le misure adottate per difendere l’ordinamento liberale possono eroderlo: stati d’emergenza prolungati, sorveglianza di massa, scioglimenti amministrativi di associazioni privi di controllo giudiziario preventivo, restrizioni all’istruzione parentale che colpiscono famiglie del tutto estranee al problema, e infine la reintroduzione strisciante del reato di blasfemia. Un’Europa che si difende diventando illiberale ha già perduto, per mano propria, ciò che intendeva proteggere.

Che cosa è effettivamente in gioco

La minaccia principale all’identità europea non è demografica. Al 5% odierno, e a un massimo proiettato del 14% nel 2050, non si sostituisce una civiltà, e continuare a discuterne in quei termini è il modo migliore per non accorgersi di ciò che sta realmente accadendo.

Ciò che è in gioco è normativo, e si decide su un fronte molto più stretto e molto più concreto. Se in un liceo europeo si possa mostrare una vignetta. Se una ragazza possa uscire senza velo nel proprio quartiere. Se si possa dichiarare pubblicamente di aver lasciato l’islam senza cambiare indirizzo. Se un tribunale civile riconosca effetti a un ripudio pronunciato altrove. Se un professore possa insegnare Darwin, la Shoah e le crociate senza contrattare. Se una scuola ebraica possa aprire senza militari davanti al cancello. Se un’autorità religiosa straniera possa nominare il clero di cittadini europei.

Su ciascuna di queste voci l’Europa dispone degli strumenti ordinari dello Stato di diritto, e su ciascuna di queste voci ha già ceduto terreno — non per sconfitta, non per una legge abrogata, non per un trattato firmato. Ha ceduto perché ogni volta, per una scuola, un comune, una redazione o un ministero, il conflitto costava più della concessione.

Non esiste un momento in cui un continente perde i propri diritti. Esistono migliaia di momenti in cui qualcuno, da solo, decide che non vale la pena difenderli quel giorno.

La domanda che l’Europa deve porsi non riguarda dunque i musulmani, la demografia o l’islam. Riguarda se stessa, ed è molto più scomoda: una società che non riesce più a spiegare ai propri figli perché la libertà di bestemmiare sia un valore, è ancora in grado di difenderla? Le conquiste elencate all’inizio di questo articolo furono ottenute da persone disposte a pagarne il prezzo. Nulla garantisce che i loro eredi lo siano ancora, e nulla nella storia suggerisce che ciò che è stato ottenuto una volta resti acquisito per sempre.

Chi arriva in Europa con un progetto politico incompatibile con quei diritti non li conquisterà con la forza: non ne ha i mezzi e non ne ha bisogno. Li otterrà per cessione, richiesta dopo richiesta, purché dall’altra parte del tavolo continui a sedere qualcuno che preferisce evitare la scena. È l’unica variabile dell’equazione che dipenda interamente dagli europei — e l’unica sulla quale, finora, abbiano ottenuto risultati costantemente deludenti.

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Bibliografia essenziale

Storia dell’islamismo

  • Gilles Kepel, Jihad. Ascesa e declino (ed. originale 2000) — la storia standard del movimento dagli anni Settanta al Duemila.
  • Gilles Kepel, Il Profeta e il Faraone (1984) — sull’islamismo egiziano e su Qutb; ancora insuperato sulle origini.
  • Olivier Roy, Il fallimento dell’islam politico (1992) e La santa ignoranza (2008) — la tesi opposta a Kepel: l’islamismo come fenomeno di deculturazione e globalizzazione.
  • Richard P. Mitchell, The Society of the Muslim Brothers (1969) — lo studio classico sulla Fratellanza, condotto su fonti dirette.
  • Sayyid Qutb, Pietre miliari (1964) — il testo fondativo, breve, disponibile in traduzione.

Le reti in Europa

  • Lorenzo Vidino, The Closed Circle. Joining and Leaving the Muslim Brotherhood in the West (2020) — basato su testimonianze di ex membri; la ricostruzione più rigorosa e meno polemica del frerismo occidentale.
  • Bernard Rougier (a cura di), Les territoires conquis de l’islamisme (2020) — ricerca sul campo in quartieri francesi; la nozione di ecosistema è lo strumento analitico più utile del dibattito recente.
  • Ian Johnson, A Mosque in Munich (2010) — su documenti declassificati: l’arrivo della Fratellanza in Europa e l’interesse dell’intelligence americana negli anni Cinquanta.
  • Christian Chesnot & Georges Malbrunot, Qatar Papers (2019) — giornalismo d’inchiesta su documenti interni.
  • Hakim El Karoui, Un islam français est possible, Institut Montaigne (2016) — l’indagine quantitativa di riferimento, e una proposta di riforma dall’interno.

Documenti primari e rapporti

  • Rapporto Jay sullo sfruttamento sessuale dei minori a Rotherham, 2014 — testo integrale.
  • Muslim Brotherhood Review, governo britannico, dicembre 2015 — conclusioni principali.
  • Pew Research Center, Europe’s Growing Muslim Population, novembre 2017 — rapporto; e The World’s Muslims, 2013 — rapporto.
  • Ruud Koopmans, Religious Fundamentalism and Hostility against Out-groups, WZB Berlin, 2013–2015 — studio e sintesi.
  • POCOB, commissione parlamentare olandese sull’influenza estera indesiderata, 2020.
  • Legge francese del 24 agosto 2021 sul rispetto dei principi della Repubblica; Islamgesetz austriaca del 2015.

Voci critiche dall’interno del mondo musulmano

  • Abdennour Bidar, Lettre ouverte au monde musulman (2015) — critica interna, filosofica, non apologetica.
  • Hamed Abdel-Samad, Il fascismo islamico (2014) — polemico e discusso, scritto da un ex membro della Fratellanza egiziana.
  • Mohamed Charfi, Islam e libertà — l’ex ministro tunisino dell’istruzione sul rapporto fra diritto religioso e diritti individuali.